Il primo rigore parato a un Mondiale: come andò veramente?
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I primi mondiali di calcio disputati in Uruguay nel 1930 shanno rappresentato, per svariate ragioni, l’inizio di un’epopea che per tutti coloro che amano il calcio ha man mano assunto i connotati di una sublimazione tra lo sport e il trasporto popolare, spesse volte declinato addirittura in epica romantica.
Nonostante il boicottaggio della quasi totalità delle nazioni europee l’evento godette del dovuto prestigio e i cronisti sportivi dell’epoca fecero complessivamente un ottimo lavoro, nonostante le tecniche e i mezzi a disposizione fossero ancora relativamente primitivi.
La mole di dati che è arrivata fino a noi comprende i tabellini delle gare con tanto di arbitri, la cronaca degli episodi più significativi e perfino – con l’ovvia approssimazione del caso visti i controlli non certo ferrei dell’epoca – il numero degli spettatori delle varie partite disputate.
Inevitabilmente, lo scorrere del tempo ha però inciso su alcune informazioni che l’ancor basso livello di evoluzione cronistica e le distorsioni narrative delle tante persone chiamate in causa hanno reso di sempre più difficile reperibilità.
Succede così che a oggi vi siano delle fonti discordanti su un quesito elementare come: “chi è stato il portiere ad aver parato per la prima volta un rigore nei campionati del mondo di calcio?”.
La mia intervista a Superscommesse.it
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Capita che passione e lavoro paghino. Lavoro a questo sito da ormai sei anni e in tutto questo tempo ho ricevuto - senza procedere a una particolare pubblicizzazione di questo spazio - diverse soddisfazioni: attestati di stima da parte di alcuni dei protagonisti dei racconti di queste pagine, citazioni sulla Wikipedia inglese, collaborazioni con altri appassionati di tutta Italia con cui, in determinati casi,si è creato anche un rapporto cordiale.
Oggi ho l'onore di aggiungere a questa collana che va man mano facendosi sempre più nutrita, una nuova perla: un'intervista che il popolare sito di comparazione quote superscommesse.it mi ha richiesto e che ho accettato di fare di buon grado.
Vi invito a leggerla, per entrare ancora più nel merito di questo blog; a tale scopo, riporterò il link sulla parte destra della pagina in modo che possa essere reperibile in qualsiasi momento da parte di voi visitatori.
Intanto, potete cliccare sull'immagine sottostante per accedere all'intervista
#FuorigiocoShow - #FuorigiocoStoria
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La pausa forzata dovuta alle misure di prevenzione anti-coronavirus impedisce a me e al collega Claudio Piredda di registrare delle nuove puntate, così abbiamo deciso di inaugurare la rubrica #FuorigiocoStoria, una rassegna quotidiana sui nostri canali social con delle piccole clip dedicate al calcio che fu.
Non perdetevele!
3^ puntata: L'Ancona 2003/2004
2^ puntata: Il Pisa di Romeo Anconetani in A
1^ puntata: il Campobasso degli anni Ottanta
Nuno Leal Maia, l'attore che diventò allenatore tra vittorie e... buoi
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Gli appassionati di calcio e di commedia all’italiana dai 35 anni in su non possono non avere ben stampata nella testa l’immagine del personaggio di Oronzo Canà, caricatura di un verace allenatore pugliese sapientemente interpretato da Lino Banfi a metà degli anni Ottanta.
Canà, ancorché sia da interpretare esclusivamente come elemento di fantasia, ha influenzato l’immaginario collettivo degli appassionati di pallone, complici i suoi metodi ruspanti, le sue bislacche idee tattiche e il suo romanticismo calcistico che, al netto di ogni sua improbabile alchimia da lavagna, gli ha consentito di stringere un rapporto speciale con i prodotti del calcio brasiliano dai piedi delicati e dal carattere sensibile.
Molti anni dopo il primo film e a solamente alcuni dal secondo – targato 2007 –, il personaggio originale di Canà datato 1984 ha continuato a conoscere notorietà e stima anche in piena epoca social, con più di un meme che voleva il buon Oronzo alla guida di questa o di quella squadra di A non appena saltava una qualsiasi panchina.
Al netto di ogni possibile forma di goliardia, la dissacrante ipotesi di vedere qualcuno di non strettamente legato al mondo del calcio ad allenare una squadra professionistica in Italia non si è mai tramutata in realtà (e chissà con quanto scetticismo verrebbe accolta se si verificasse). Ma, come da sempre questo mio spazio tenta di raccontare, il calcio è bello perché è vario e c’è realmente stato chi ha messo un attore a dirigere la propria squadra. Indovinate dove? Proprio in quel Brasile menzionato poc’anzi
#FuorigiocoShow - Puntata Tre
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Nonostante le poche partite io e Claudio riusciamo a parlare di calcio... ma soprattutto, riusciamo a delirare parecchio!
Trentino-Alto Adige, regione di grandi sportivi con la Serie B come tabù
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Quando si parla di sport per ciò che riguarda la regione del Trentino-Alto Adige, il pensiero corre immediatamente allo sci e alle piste innevate percorse dai grandi campioni – su tutti Gustav Thoeni e Isolde Koestner – che hanno saputo regalare ori e allori al nostro Paese; tuttavia, per quanto gli sport invernali in generale contribuiscano a definire il territorio come un costante serbatoio di medaglie in occasione di Mondiali e Olimpiadi, sarebbe riduttivo tentare di ricondurre solamente ad essi l’importante cultura sportiva del territorio.
Il Trentino-Alto Adige può infatti vantare una tradizione importante anche in sport come l’hockey su ghiaccio, la pallavolo – in cui spiccano gli eccellenti risultati ottenuti negli anni dalla Trentino Volley –, il basket (dove l’Aquila di Trento è ormai frequentatrice abituale della massima categoria) e il ciclismo, avendo dato i natali a esponenti del calibro di Francesco Moser, Maurizio Fondriest e Gilberto Simoni.
Anche il calcio, negli ultimi anni, sta regalando alla regione del nord Italia un esempio virtuoso; il FC Südtirol-Alto Adige rappresenta infatti un modello di gestione ottimale, avendo conosciuto solamente promozioni dal 1974 – quando la squadra, fresca di fondazione, disputò il suo primo campionato di terza categoria – a oggi. Mai una retrocessione né un fallimento societario per il club altoatesino, che frequenta stabilmente la terza serie dal 2009 e sfiorò addirittura la promozione in B nel 2014, quando venne sconfitta nella doppia finale playoff dalla Pro Vercelli.
Per quanto il FC Südtirol-Alto Adige rappresenti una dimostrazione di competenza sul come fare calcio, al momento il punto più alto del Trentino-Alto Adige nel mondo del calcio è stato toccato da altre due squadre, il Trento e il Bolzano; in entrambe i casi l’esperienza l’esperienza fu breve e fugace, arrivata per due volte in circostanze difficilmente ripetibili e non sportivamente meritorie nel caso dei primi e durata un solo campionato per quanto riguarda i secondi.
Kruiver, la 'Pietà' olandese tra tessuti, gol e battute di pesca
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Quando vengono associate tra loro le parole ‘pallone’ e ‘Olanda’, il pensiero corre immediato al cosiddetto calcio totale, a quei mondiali 1974 in cui la nazionale Oranje conquistò l’attenzione del mondo grazie a un’ottimizzazione degli spazi e dei tempi sul campo mai vista prima e a tutti i campioni susseguitisi da quel momento in poi, da Cruijff a Van Nistelrooy passando per il famoso trio milanista Gullit-Rijkaard-Van Basten e per gente come Overmars, Davids, Bergkamp e Kluivert. Una lista lunghissima nonostante, in fin dei conti, si parli di una nazione non particolarmente popolosa e si prenda in considerazione un periodo storico inferiore all’ultimo mezzo secolo di calcio.
Prima del 1974, a onor del vero, il calcio olandese non era certo tra i più rilevanti. I maggiori allori della nazionale erano rappresentati dai tre bronzi olimpici del 1908, 1912 e 1920, quest’ultimo ottenuto peraltro solamente in seguito a un ripescaggio; i mondiali erano una sorta di tabù (nelle edizioni del 1934 e del 1938 arrivò l’eliminazione dopo appena una partita, da lì in poi il vuoto) e il campionato europeo per nazioni non li vide tra i partecipanti fino al 1976.
In virtù della relativa modestia calcistica di quel periodo storico, i Paesi Bassi non rappresentavano un bacino particolarmente attraente per le squadre italiane, da sempre concentrate nella ricerca di talenti d’oltreconfine a basso costo. L’Inter fu la prima squadra dello Stivale a scommettere su un calciatore olandese, l’interno Faas Wilkes nel 1949: proveniente dal piccolo Xerxes di Rotterdam, dribblomane e ottimo finalizzatore, l’attaccante lasciò un ottimo ricordo in nerazzurro (meno al Torino, dove fu ceduto dopo il triennio interista) pur senza vincere niente.
Come spesso accade ancora oggi – e a maggior ragione in quei tempi – spesso basta una rondine per fare primavera e l’anno dopo, sperando di replicare il buon colpo azzeccato dall’Inter, altre tre squadre andarono a pescare in Olanda: la Pro Patria si accaparrò il centrocampista Wim Lanemberg, la Fiorentina puntò sul centravanti della nazionale André Roosenburg e il Messina, in B, prese l’attaccante Karel Voogt. Tutti e tre diedero un discreto contributo alla loro causa, ma nessuno di loro lasciò un segno reale nel calcio italiano.
Visti i precedenti non troppo incoraggianti, le squadre italiane desistettero dal rivolgersi al mercato olandese per qualche tempo, finché nel 1961 fu il Lanerossi Vicenza a decidere di cantare fuori dal coro puntando sul biondo centravanti Piet Kruiver, goleador del PSV Eindhoven con cui mise a segno 36 reti in 90 partite conquistandosi la maglia della propria nazionale.
Le quattro fasi di Reinhold Mathy, l'attaccante che non dribblò la depressione
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La frase che recita “il calcio è una forma di metafora della vita” è ormai inflazionata, ma comunque vera. Ciascuno di noi ha un talento, più o meno evidente e che spesso va coltivato, ma capita tante volte che non lo si riesca a mettere a frutto per motivi più caratteriali e ambientali che legati alle proprie reali capacità.
Il parallelo tra il calcio e la vita è proprio questo: è capitato a tutti di vedere qualcuno esprimersi in maniera mirabile all’interno di un rettangolo di gioco al punto da far esclamare: “certo che con la testa giusta, quello lì poteva arrivare veramente in alto”. La tenuta mentale coltivata di pari passo con quella fisica: quando il mix riesce, anche un giocatore dalle qualità limitate può arrivare a livelli altissimi; al contrario, non capita praticamente mai che chi ha i requisiti giusti non si lasci dietro qualche rimpianto, se i limiti fisici ma soprattutto quelli di personalità si antepongono a quelli squisitamente tecnici.
La Bundesliga degli anni Ottanta ha messo in mostra un calciatore che è stato, suo malgrado, la perfetta sintesi di questa seconda categoria di atleti; il suo nome è Reinhold Mathy e al suo talento innato non ha mai corrisposto un carattere altrettanto forte. Definito una grande promessa da due icone del calcio tedesco come Franz Beckenbauer e Udo Lattek, egli riuscì solamente a totalizzare qualche presenza nelle nazionali giovanili, ma mai a esordire nella rappresentativa teutonica. E questo, purtroppo, rappresenta solo la punta dell’iceberg.
Serie A, Liga, Bundesliga, Premier League e quel primo gol che non si scorda mai
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A ogni turno di campionato, milioni di tifosi in tutta Europa esultano per un gol della propria squadra. Le emozioni che ciascuno di loro prova in quel momento rendono lo stesso apparentemente unico, nonostante in realtà parliamo di qualcosa che si ripete con una certa frequenza.
Il momento del gol è la sublimazione di tutti gli altri che lo precedono e ne compongono la preparazione. Può essere un’azione corale, un tiro da fuori, una serpentina chiusasi con un beffardo pallonetto a scavalcare il portiere, un calcio di rigore, un’autorete o, in casi estremi, perfino un rinvio del portiere. La cosa certa è che un gol desterà sempre un’emozione diversa, per quanto fuggevole e pronta a cedere il passo alla prossima.
Come per tutte le cose, anche la pratica del gol ebbe un suo inizio e per fortuna questo ricade in un periodo storico in cui l’uomo aveva già acquisito coscienza dell’importanza di documentare gli avvenimenti sportivi. Non è così stato troppo difficile rintracciare coloro che per primi hanno scritto il loro nome nel tabellino marcatori dei massimi campionati italiano, spagnolo, inglese e tedesco. Si fa ovviamente riferimento ai campionati a girone unico per ciascuna di queste nazioni, in quanto la data di inizio di ognuno di essi può esser vista come le autentiche Colonne d’Ercole tra un calcio pionieristico e uno di stampo decisamente più attuale.
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