Dixie Deans, il collezionista di primati invidiato da Bob Marley
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Il calcio non è una scienza esatta. Quante volte i tanti appassionati di pallone sparsi per il mondo avranno sentito questa frase? Effettivamente, il calcio non è neppure una scienza e, in particolare, è un qualcosa di estremamente aleatorio che tiene considerazione dei punti di vista di tutti, a prescindere dal livello di competenza.
In virtù di questo, il calcio conosce costantemente nuovi record, che siano essi numerici come la quantità di presenze o di gol fatti in una stagione o in una carriera, oppure temporali come il ricordo della prima – e talvolta unica – volta che è accaduto qualcosa in particolare.
John Kelly Deans, ribattezzato Dixie in onore del quasi omonimo centravanti britannico degli anni Venti e Trenta Dixie Dean, è stato uno che di record ha fatto incetta. Probabilmente, nessuno di questi è da scolpire in un’ipotetica lastra di marmo della storia del calcio internazionale, ma resta il fatto che questo attaccante scozzese nato nel 1946 nel centro di Johnstone, a 19 chilometri a ovest di Glasgow, può vantarsi di aver messo lo zampino, nel bene e nel male, in svariati accadimenti mai verificatisi prima di lui e, in determinati casi, non ripetibili.
Dopo gli inizi nel piccolo Neilston Juniors, squadra di una località-dormitorio di circa cinquemila anime situata a mezz’ora scarsa di auto dalla sua città natale, nel 1965, successivamente a un provino non riuscito con gli Albion Rovers, Deans firmò il suo primo contratto da professionista con il Motherwell.
Koudas e Hatzipanagis, il tributo post-carriera ai due campioni che resero grande Salonicco
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Lo sport, nella sua accezione attuale, viene visto come realtà che ha preso piede negli ultimi due secoli, complice la diversa stratificazione sociale verificatasi dopo la seconda rivoluzione industriale. Aprendo i libri di storia, però, possiamo trovare tracce di pratiche sportive molto più remote nel tempo: impossibile, infatti, non pensare al contributo che l’Antica Grecia diede allo sviluppo di quelli che al tempo avevano la connotazione di semplici “giochi”; le antiche Olimpiadi e la maratona rappresentano l’ideale eredità lasciata dalla geniale civiltà greca alle popolazioni odierne.
Nonostante questo stretto legame tra la Grecia e lo sport, nella terra degli Dei si possono riscontrare dei risultati apprezzabili per quanto riguarda il calcio solo a partire dal 2004: l’anno della clamorosa vittoria del Campionato Europeo per Nazioni ha segnato l’inizio di una maggiore competitività da parte della nazionale ellenica, che da allora può vantare due partecipazioni ai Mondiali (di cui una, nel 2014, con passaggio del turno ed eliminazione ai calci di rigore durante gli ottavi di finale) e altrettante agli Europei, rimanendo imbattuta in ben due casi nei gironi di qualificazione. Prima di allora, il modesto palmares dei greci si limitava a una partecipazione europea nel 1980 e una deficitaria comparsata nella rassegna iridata di Usa ’94. Il bilancio: un pareggio e cinque sconfitte, con una sola – inutile – rete segnata nella sconfitta contro la Cecoslovacchia nella rassegna continentale svoltasi in Italia e quattordici subite in tutto.
Nella rosa di quella Grecia del 1980, oltre a un Anastopoulous che gli appassionati di calcio degli anni Ottanta ricorderanno come effimera meteora in quel di Avellino, c’era anche un centrocampista offensivo dai piedi buoni che avrebbe trovato spazio solamente per venticinque minuti durante la prima avventura europea degli ellenici: si chiamava Giorgos Koudas e disputò l’ultima parte di gara nel prestigioso pareggio per 0-0 contro i futuri vincitori della Germania Ovest.
Vaal Professionals, i vincenti dimenticati che contribuirono a sconfiggere l'apartheid
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Quando si pensa alla storia del Novecento in Sudafrica non si può purtroppo fare a meno di citare la parola apartheid. La separazione tra bianchi e neri, nata da un retrogrado sentimento razzista da cui derivarono leggi inique e un modo di pensare votato all’odio e all’intolleranza, è solamente una delle tante atrocità consumatesi in un secolo ricco di controversie in ogni angolo del globo.
Non avendo le competenze né l’interesse a occuparmi di storia e di politica appartenenti a una realtà da noi tanto lontana, mi limiterò al ben più congeniale proposito di parlare di calcio, per quanto le vicende che ruotavano intorno al pallone furono inevitabilmente condizionate da quelle socio-politiche del Paese. 
Tentare di ricostruire la storia del campionato sudafricano è impresa a dir poco improba, stante il fatto che i citati propositi di separazione razziale pregiudicavano ogni attività della nazione, incluse quelle sportive. Nonostante la nascita del calcio in Sudafrica ebbe tempistiche simili a quelle del resto del pianeta grazie alla consueta esportazione del gioco da parte dei marinai inglesi nella seconda metà dell’Ottocento, il vero “anno zero” può essere ritenuto il 1970, quando, in aperta contrapposizione alla National Football League (NFL) – vale a dire il campionato “dei bianchi” fino a quel momento dominante –, venne fondata la National Professional Soccer League (NPSL), una lega gestita dai neri e a essi destinata, che ben presto si sarebbe rivelata capace di catalizzare un’attenzione maggiore rispetto al torneo “concorrente”.
Tra le squadre che presero parte alla prima NPSL ve ne furono alcune che avrebbero scritto la storia del calcio sudafricano anche nel periodo post-apartheid, in particolare per ciò che riguarda la città di Johannesburg: gli Orlando Pirates avrebbero dominato la scena continentale a metà degli Anni Novanta, lo stesso dicasi per i Kaizer Chiefs all’alba del nuovo millennio. Tra le altre c’era una squadra che tuttora è sconosciuta a tanti appassionati ma che è stata comunque capace di regalare svariati momenti di gioia ai propri sostenitori: i Vaal Professionals.
Il Cagliari 1976/77 e quell'arancia fin troppo indigesta
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Come nella gran parte della macchia mediterranea, anche in Sardegna vi sono delle zone rinomate per la coltivazione di arance. La località di Muravera in particolare gode di un’ottima fama riguardo alla produzione del gustoso agrume, al quale annualmente viene dedicata una sagra che si svolge nei primi giorni della stagione primaverile.
L’arancia è un frutto tanto saporito quanto comune, ma una di queste in particolare resterà per sempre nella storia di una società di calcio e si sarebbe rivelata particolarmente indigesta: nel 1976/77 il Cagliari guidato da Lauro Toneatto dovette, infatti, dire addio alla Serie A per colpa dell’uso improprio che un tifoso fece del frutto che – secondo logica – era destinato a fargli da merenda.
Ripercorriamo i fatti con ordine: dopo dodici anni di serie A nei quali ebbe modo di ottenere anche uno storico scudetto, il Cagliari retrocesse in B. Fu l’epilogo amaro di un biennio difficile dopo i tanti trionfi e le tante soddisfazioni regalate ai tifosi isolani nel precedente decennio nella massima categoria. La stagione 1976/77, la prima in cadetteria dopo tanto tempo, poteva essere l’occasione per un immediato riscatto e per l’apertura di un nuovo ciclo dopo quello meraviglioso di Riva e Nené, di Cera e Martiradonna.
La squadra contava molti reduci dell’anno precedente, perlopiù giovani in cerca di affermazione come Copparoni, Lamagni, Quagliozzi e la coppia di attaccanti tutta sarda Virdis-Piras; a loro andavano ad aggiungersi gli ultimi superstiti scudettati come Tomasini, Brugnera e quel Riva ormai inabile a una ripresa dell’attività agonistica. Il resto della squadra era composto da ragazzi con discreta esperienza come Roffi, Longobucco e Gregori e da acquisti di categoria quali Corti, Ciampoli, Casagrande, Roccotelli e Ferrari. Un buon mix che avrebbe dovuto garantire un campionato di vertice, e così effettivamente fu.
Weber, Kotte e Müller: le stelle della Dinamo Dresda per cui la libertà divenne reato
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Rispetto a tanti altri sport, il calcio si è distinto per la propria capacità di attirare a sé le masse; ciò non è chiaramente sfuggito a chi di queste masse cerca il consenso, vale a dire coloro che vivono di politica. Succede così che se il secolo in cui lo sport – e, per l’appunto, il calcio in particolare – raggiunge un livello di sviluppo elevatissimo è lo stesso in cui si intrecciano conflitti e regimi totalitari, essere uno sportivo professionista può generare beneficio quando le cose vanno bene ma, allo stesso modo, divenire una condanna nel caso in cui queste cambino in negativo.
Prendiamo, ad esempio, il caso della Repubblica Democratica Tedesca, meglio nota come Germania Est. La sua nascita fu la diretta conseguenza dell’indebolimento politico della Germania unificata dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale e del successivo inizio della Guerra Fredda che per decenni divise – non solo ideologicamente – l’Occidente capitalista dall’Oriente (inteso come Est europeo) comunista. Nata sotto l’egida dell’Unione Sovietica, nonostante una struttura non monopartitica rispetto a quanto accadeva in altre realtà di regime, la Germania Est conservava i metodi autoritari tipici delle dittature nel caso di mancato rispetto di leggi spesso impopolari e orientate al solo mantenimento del controllo sui cittadini.
Il continuo espatrio di vere e proprie masse che si dirigevano verso Ovest alla ricerca di condizioni di vita migliori portò il governo guidato dal partito del SED a istituire un vero e proprio blocco delle frontiere nel 1961, in base al quale venne abrogato il diritto di espatrio che fu ribattezzato come “fuga dalla repubblica”. Chi avesse tentato di varcare i confini tedesco-orientali in paesi non facenti parte del Patto di Varsavia sarebbe incorso in pesanti conseguenze dal punto di vista penale, come la possibilità di venire condannati a diversi anni di carcere.
Lo strano caso di Franco Bontadini: morto per amore o caduto in guerra?
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A molti il nome di Francesco “Franco” Bontadini dirà ben poco, e del resto è comprensibile dal momento che parliamo di un giocatore di calcio del periodo in cui questo sport, in Italia, era ancora agli albori. Nonostante questo, egli è protagonista di una storia che arriva sino ai giorni nostri e che richiederebbe un approfondimento che possa andare oltre la sola Grande Rete e il materiale cartaceo da cui provengono le informazioni presenti in questo pezzo.
Bontadini era uno sportivo a tutto tondo. Provetto sciatore, fu anche un calciatore piuttosto valido, stando agli standard dell’epoca. Milanese purosangue, iniziò la propria carriera nell’Ausonia per poi passare al Milan, in cui mise insieme sette presenze e un gol. Sarà però l’Inter la squadra con cui il talentuoso interno destro si metterà maggiormente in mostra, arrivando a siglare ben 14 gol in 18 presenze nella sua prima stagione in nerazzurro, quella del 1911/12.
L’exploit vissuto durante quell’annata lo portò ad essere chiamato a rappresentare l’Italia alle Olimpiadi del 1912. Gli azzurri, alla loro prima partecipazione ai Giochi Olimpici, furono protagonisti di una spedizione alquanto avventurosa: letteralmente abbandonati dalla Commissione incaricata di seguire l’avventura olimpica in seguito a una sconfitta per 5-4 maturata contro la Francia, gli italiani vennero presi sotto l’ala protettrice di un ancor giovanissimo Vittorio Pozzo, alla sua prima esperienza alla guida della Nazionale.
Sartori, Mircoli & C.: anche con la palla tra i piedi, nessuno è profeta in patria
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Ci sono delle annate, nel calcio italiano, capaci di rivestire un ruolo nella mente degli appassionati dalla buona memoria storica. Il 1980, ad esempio, è stato l’anno degli Europei che l’Italia “bucò” clamorosamente in casa, dello scandalo Totonero e della riapertura delle frontiere che, dopo sedici anni, avrebbe consentito alle squadre del nostro Paese di tesserare calciatori provenienti da federazioni estere.
Molto più privo di riferimenti è, invece, il 1973. Non si disputarono Mondiali né Europei trattandosi di un anno dispari, al massimo può venire in mente la prima finale di Coppa dei Campioni disputata dalla Juventus e persa contro l’Ajax. Eppure, anche in quell’anno ci fu una sorta di riapertura delle frontiere, molto meno reclamizzata – e, a dirla tutta, anche meno produttiva – di quella verificatasi sette anni più avanti.
In pochi sanno, infatti, che il blocco imposto nel 1964 era talmente restrittivo da non impedire solo il tesseramento di calciatori stranieri entro i nostri confini, ma anche quello di italiani provenienti da federazioni straniere. La norma era aggirabile se si accettava di sottoporsi a un periodo di “purgatorio” in serie D come viatico a un possibile tesseramento da parte di club professionistici. Fece eccezione un giovanissimo Chinaglia, rientrato in Italia nel 1966 dopo l’esperienza allo Swansea, che anche grazie alla propria volontà di adempiere al servizio militare poté ripartire dalla C con la Massese.
Non furono in tantissimi a cedere al richiamo della madre patria, in quel 1973, e comunque nessuno di loro lasciò il segno in maniera tangibile nei nostri confini, arrivando – nel migliore dei casi – a poter vantare qualche presenza in A o alcuni discreti campionati in seconda o terza serie. Ripropongo di seguito, per sommi capi, la carriera e il percorso post-agonistico di ciascuno di loro, laddove la Grande Rete ha consentito di ottenere del materiale attendibile.
Elvis Hushi, la triste storia del giocatore che il Bologna adottò
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La storia del Bologna negli anni Novanta, fatta di discese e risalite repentine, di tecnici carismatici, di grandi campioni che hanno calcato il terreno del Dall’Ara e di giocatori rivelazione divenuti simboli del campionato, se analizzata nel dettaglio, è probabilmente una delle più curiose e interessanti dell’intero panorama calcistico nazionale.
In quel decennio denso di emozioni per i tifosi felsinei, tuttavia, non manca di incastrarsi una storia commovente, intrisa di solidarietà e con un finale tutt’altro che lieto.
I Novanta, oltre che anni calcisticamente proficui per il nostro Paese, sono stati anche oggetto di continui conflitti nell’Est Europeo; le disperate popolazioni delle nazioni interessate erano infatti costrette a cercare rifugio – spesso clandestinamente – in uno stato come il nostro che, essendo prevalentemente composto di coste diventa per forza di cose meno facile da sorvegliare rispetto ad altri.
Si sviluppò così il fenomeno dell’immigrazione clandestina, grazie al quale degli scafisti senza scrupoli caricavano, stipandole, centinaia di persone all’interno di barconi privi degli essenziali requisiti igienico-sanitari per poi partire alla volta dell’Italia. Nonostante per questi passeggeri fosse tutt’altro che garantito di poter arrivare a destinazione sani e salvi, costoro erano pronti a pagare cifre profumatissime pur di andare incontro a una nuova opportunità lontano dalle difficoltà riservategli dal loro Paese.
Bosman chi? Il Terranova 1983/84 e l'invasione straniera
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Dalla sentenza Bosman in poi lo straniero nel nostro calcio ha fatto sempre meno notizia, al punto che a partire dal Duemila il tifoso italiano medio si è man mano abituato ad assistere a sfide tra vere e proprie multinazionali del pallone.
Nella prima metà degli anni Ottanta, quando si verificò la riapertura delle frontiere ai calciatori d’oltreconfine, il giocatore che proveniva da un’altra federazione era invece oggetto di curiosità, di speranze e talvolta anche un’ottima calamita per la vendita degli abbonamenti.
Durante l’estate del 1983 i riflettori della Sicilia calcistica sono puntati sul Catania neopromosso in massima serie, che per tentare – alla prova dei fatti vanamente – di preservare la categoria, si sarebbe affidato al paulista Pedrinho e al mineiro Luvanor, in nome della Brasil-mania imperante di quegli anni.
Sempre entro i confini della Trinacria, tuttavia, c’era chi nel proprio piccolo stava per fare la storia, vestendo i panni del precursore rispetto a chi, tanti anni dopo, avrebbe composto le proprie squadre attingendo perlopiù da federazioni straniere: si tratta del Terranova, squadra della cittadina di Gela che disputava il girone M del campionato di Interregionale.
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