Filippo Masolini: il Rivera della B incompreso al piano di sopra
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Andando a sfogliare i vecchi album Panini a cavallo tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, può sorprendere come la categoria dei cosiddetti “ragionieri” di centrocampo trovi una concentrazione decisamente elevata tra i nati del 1970 e quelli del 1971. Alcuni di loro raggiunsero livelli altissimi, come Albertini, Di Biagio e Di Matteo. Altri avrebbero comunque costruito un’ottima carriera tra A e B: Corini su tutti, ma anche Christian Lantignotti e Fabio Gallo. E poi c’è il caso più unico che raro di Filippo Masolini, capace di mettere insieme un pugno di presenze in tenerissima età nella massima serie e di fermarsi lì, diventando tuttavia uno dei giocatori con il maggior numero di gettoni nella storia del campionato di Serie B.
Masolini pareva inizialmente avere le stimmate del predestinato. Dopo averlo pescato dalla Persicetana, il Modena lo getta nella mischia già nella stagione 1986/87, facendone un titolare fisso in quella successiva. La buona stagione disputata gli valse l’interesse del Cesena, che se ne accaparrò le prestazioni pensando evidentemente di aver trovato un ulteriore puntello per poter raggiungere una tranquilla permanenza in A. In realtà, il tecnico dei romagnoli Bigon gli avrebbe concesso appena sette apparizioni, che sarebbero comunque state meglio delle zero (!) dell’annata 1989-90 sotto la guida di Marcello Lippi. Le sette gare in questione restano per l’appunto le uniche che il centrocampista di San Giovanni in Persiceto, al tempo diciottenne o poco più, può vantare nella massima serie.
La particolarità che contraddistingue Masolini non è però tanto quella di aver messo insieme qualche partita in A da ragazzo e poi non aver più avuto modo di tornare a giocarci in seguito, ma la clamorosa disparità tra i soli 7 gettoni in massima serie e i 355 accumulati in B. Generalmente chi esordisce giovane in A e scende di categoria per trovare spazio, ha due alternative: può continua la propria discesa sino a trovare la giusta dimensione oppure, se è stato autore di uno o più buoni campionati, riesce in qualche modo tornare al piano superiore qualche anno dopo.
Quello che le coppe non dicono: quando l'Europa non era solo per i ricchi
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Della Champions League, oramai, si sa tutto o quasi e la stessa Europa League – erede della Coppa Uefa ma con una formula e dei requisiti di partecipazione ben diversi – per quanto vituperata riesce comunque a catalizzare una discreta attenzione. Sino alla fine del secolo scorso le principali coppe europee erano addirittura tre, ma la soppressione della Coppa delle Coppe ha portato, già nella stagione 1999/2000 a ridurre a due il numero di competizioni che interessano le squadre del Vecchio Continente.
Sin qui niente di nuovo, ma probabilmente non tutti sanno che una volta l’Europa poteva essere – in qualche modo – anche appannaggio dei cosiddetti poveri. Già, perché se è vero che le più celebri coppe Europee da sempre premiano chi si è distinto nel proprio massimo campionato durante l’annata precedente, lo è altrettanto l’esistenza di tutta una serie di competizioni “minori” che potevano consentire anche ad una piccola di fregiarsi di un titolo internazionale, per quanto la valenza di questo non fosse certo quanto quella di una delle coppe, per così dire, convenzionali.
La più fresca di queste nella memoria collettiva è sicuramente la Coppa Intertoto, soppressa nel 2008. Nata dalle ceneri della coppa Piano Karl Rappan (che già nel 1961 si proponeva di donare visibilità alle squadre non qualificatesi alle coppe europee), la competizione prevedeva più vincitori (due il primo anno, tre nei successivi) sino al 2006, edizione in cui si introdusse la vittoria per una sola squadra. A leggere l’albo d’oro, ricco di nomi come Juventus, PSG, Amburgo, Aston Villa, Stoccarda, Olympique Marsiglia, Valencia e Werder Brema si penserebbe che non si possa parlare propriamente di squadre provinciali. Effettivamente l’Intertoto serviva semplicemente come lasciapassare per disputare la Coppa Uefa, e di conseguenza vincerlo avrebbe comportato per le piccole l’occasione di accedere a palcoscenici non certo abituali e per le grandi la possibilità di riscattare un’annata opaca entrando in Europa dalla porta di servizio. In realtà, nessuna squadra passata per l’Intertoto avrebbe mai vinto la Coppa Uefa. Ci andò vicino il Bordeaux di Zidane e Dugarry, detentore della prima edizione datata 1995, che però venne schiantato dal Bayern Monaco in finale sia durante la gara d’andata in trasferta (0-2) che in quella disputata tra le mura amiche (1-3). Di contro, sarebbe stata un’altra francese a toccare il punto più alto della propria storia con la vittoria di questo trofeo: il Troyes, capace di conquistarlo nel 2001.
Quel filo sottile tra Castel di Sangro e Berlino
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Può un apparentemente anonimo ottavo di finale di coppa Italia essere in qualche modo legato al punto più alto toccato dal nostro calcio negli ultimi trent’anni e passa, vale a dire la vittoria ai campionati del mondo di Germania 2006? Evidentemente sì, se quell’ottavo di finale è Inter-Castel di Sangro della stagione 1998/99.
Allora, Massimo Moratti era ancora un giovane presidente entusiasta disposto a spendere e spandere per far grande la propria squadra e, a dirla tutta, sembrava pure sulla buona strada: appena cinque mesi prima la sua Inter, che annoverava tra i propri ranghi campioni quali Djorkaeff, Zamorano, Simeone e il Fenomeno Ronaldo, si aggiudicò la Coppa Uefa battendo con un secco 3-0 la Lazio di Eriksson in una finale tutta italiana disputatasi al Parco dei Principi. Tutto, compreso l’ulteriore rafforzamento della squadra con l’acquisto di Roberto Baggio e di tanti giovani di belle speranze quali Pirlo, Ventola, Silvestre e Dabo, lasciava presagire all’inizio di un ciclo vincente, mentre invece il campionato in questione sarebbe stato solo l’inizio di un digiuno di titoli lungo sette anni per i nerazzurri.
Alle (apparentemente) illimitate disponibilità finanziarie di Moratti si contrapponeva in maniera netta il Castel di Sangro. I giallorossi rappresentavano un paesino di seimila abitanti situato sulle montagne abruzzesi, dove con la giusta dose di passione e un po’ di sana sfacciataggine si era arrivati, poco più di due anni prima, a disputare la B raggiungendo un’insperata salvezza ai danni di compagini ben più attrezzate quali Cosenza, Cesena, Palermo e Cremonese. Questo sarebbe stato il punto più elevato raggiunto dal Castel di Sangro nella propria storia: la retrocessione dell’anno successivo avrebbe sancito l’inizio di una fine che avrebbe portato il club a sprofondare via via nelle serie inferiori, sino alla scomparsa definitiva nel 2012, quando i troppi debiti resero impossibile l’iscrizione al campionato di Promozione. Allora, tuttavia, la squadra allenata da Antonio Sala lottava per l’accesso ai play-off che avrebbero consentito un pronto ritorno in cadetteria e il match con l’Inter rappresentava un’ottima vetrina per permettere ad ambiente e giocatori di mettersi in mostra.
Una storia antica: gli Alberti, i fratelli più sfortunati del calcio italiano
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Come specifico chiaramente nel mio disclaimer, questo non è un sito di informazione, pertanto mi si scuserà se quando parlo di calcio non mi soffermo sulle discutibili decisioni di Rocchi in Juventus-Roma o sulle ultime convocazioni di Conte. Avendo creato questo spazio per disporne in modo autonomo e - spero - anche un po' anticonvenzionale, volevo raccontarvi piuttosto un'altra storia; non so perché in questo periodo mi sento di rappresentare il lato oscuro (e perfino struggente) del pallone, come testimonia il precedente articolo di questa stessa rubrica. Probabilmente perché da inguaribile nostalgico i lustrini e paillette da serata Champions non mi sono mai del tutto andati giù.
Dicevamo, una vicenda triste che assume contorni perfino romantici per via del periodo storico in cui si è verificata, vale a dire il 1912 e il 1926. Mi sono sempre chiesto come fosse il calcio di quei tempi: i maestri inglesi, gli inventori del gioco, erano avanti anni luce in materia di tecnica, tattica e preparazione atletica, mentre sul continente stava pian piano prendendo piede la passione per il gioco. La Nazionale Italiana giocò la sua prima gara appena due anni prima, e il girone unico come lo conosciamo oggi sarebbe arrivato solamente nel 1929. Un altro pianeta, insomma.
Qualcosa, però, si iniziava a intravedere e uno dei club di maggior tradizione della nostra storia, il Bologna, trovava modo di dare spazio ai giovani. Uno di questi fu Guido Alberti, promettente mezzala che esordì in prima squadra appena a 15 anni. Non giocò certo tantissimo, nei tre anni di militanza con la maglia felsinea: 15 partite e due gol segnati. Tuttavia a 18 anni poteva ancora definirsi una promessa, senonché arrivò la chiamata sotto le armi. Era il 1915 e non si trattava del normale servizio di leva, ma di una partenza al fronte per combattere contro il nemico: era iniziata la Prima Guerra Mondiale.
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