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Razafindrakoto, il Baresi del Madagascar che segnava autoreti per protesta

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Pubblicato: 12 Novembre 2017
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Una cosa che rende unico il calcio è la capacità di regalare aneddoti incredibili in qualsiasi lato del pianeta esso venga giocato, anche e soprattutto dove viene disputato a livelli non professionistici,non dovendo fare i conti con l’ansia e la pressione tipiche dei campionati più quotati. Noi europei siamo peraltro prevalentemente portati ad applicare una sorta di “snobismo” calcistico che, eccezion fatta per alcuni campionati sudamericani, ci induce a pensare che una storia di sport possa essere raccontata solo se questo è disputato ad alto livello.

Per ragioni socio-economiche note pressoché universalmente, l’Africa è indiscutibilmente svantaggiata in tal senso. Spesso foriero di racconti che hanno come oggetto il riscatto di chi è riuscito a sfondare – o quantomeno a diventare un professionista – nel cosiddetto “calcio che conta” partendo dalla più estrema delle povertà, il calcio del Continente Nero è tuttavia in grado di regalare anche vicende singolari e bizzarre, con sfumature divertenti e di certo difficilmente ripetibili che vanno oltre cliché ormai più che sviscerati. Il motivo di ciò, probabilmente, va ricercato nella volontà di saperlo vivere ancora come un gioco piuttosto che come un insieme di interessi.

In realtà, la storia in questione non si svolge in quelle nazioni dell’Africa Nera maggiormente note ai calciofili per le loro frequenti partecipazioni ai campionati del mondo quali Camerun, Costa D’Avorio, Ghana o Nigeria; il teatro del racconto è infatti la splendida isola del Madagascar, le cui condizioni di vita sono equiparabili a quelle del resto del continente ma dalla tradizione calcistica di gran lunga inferiore: mai qualificatosi neppure per una sola edizione della coppa d’Africa, il Paese che dà il nome a una popolare saga di film d’animazione riesce raramente a produrre qualche calciatore professionista che perlopiù vivacchia nelle serie inferiori francesi.

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Bulgarani, il "figurinato" senza presenze che ha fatto (la) strada a modo suo

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Pubblicato: 04 Ottobre 2017
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La figurina Panini è qualcosa un più di un semplice ritaglio di carta adesiva: essa, per anni, ha infatti rappresentato lo status symbol di un calciatore. Un ragazzo che desidera diventare un giocatore di calcio professionista non può non annoverare tra i propri sogni quello di vedere la propria immagine circolare tra le bustine degli edicolanti, tra le mani degli appassionati che ne fanno un oggetto di scambio più o meno prezioso e, infine, negli album che in parecchi casi finiscono con il far parte dei ricordi di una vita di tante persone.

Ora la raccolta si è evoluta garantendo un maggior numero di informazioni e di figurine a ogni squadra, in nome del progresso di questo sport che ha portato a un collettivo aumento del numero dei giocatori in rosa insospettabile sino a venti-trent’anni fa. Ma se oggi basta essere dei comprimari che si dividono tra panchina e tribuna per avere la propria figurina, una volta bisognava, per così dire, “meritarsela” ritagliandosi un certo spazio sul campo. A meno che la rosa in questione non fosse talmente ristretta che, paradossalmente, le figurine dedicate a una singola squadra risultavano essere più di quanti non fossero i giocatori della stessa.

Storicamente è l’eccezione, e non la regola, a far notizia, e di queste eccezioni ne esiste una clamorosa: c’è stato infatti un calciatore che può vantarsi di esser stato ripreso in figurina in una delle principali squadre italiane sebbene nella propria breve carriera non abbia mai giocato una partita in A né una in B. Il nostro è Riccardo Bulgarani, che nell’album Calciatori Panini 1979/80 figura come centravanti/ala tra le riserve dell’Inter futura vincitrice del campionato. Solo ad altri due giocatori, entrambi accreditati come portieri di riserva, toccò una sorte simile: Enrico Zazzaro nel Napoli 1985/86 e Luca Alidori nella Roma 1990/91.

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Il club delle prime volte: breve inchiesta sulle debuttanti nella Serie A a girone unico

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Pubblicato: 30 Agosto 2017
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Il Benevento edizione 2016/17 ha stabilito un record: è la prima squadra che, da debuttante in B, è riuscita a guadagnare la promozione nella massima serie. Ci andò vicino, poche stagioni fa, anche il Carpi, che conobbe la A per la prima volta dopo appena due stagioni di cadetteria all’attivo, in seguito a una lunghissima trafila nelle serie minori. Un percorso, quello degli emiliani, che riporta alla mente il Mantova dei primi anni Sessanta guidato da Edmondo Fabbri, capace di gesta analoghe ben mezzo secolo prima e ribattezzato “il piccolo Brasile” per la qualità di un gioco che portò gli estensi a ben figurare ai massimi livelli del calcio nazionale.

Le storie delle cosiddette deb sono sempre affascinanti in quanto, a loro modo, rappresentano qualcosa di unico nella storia di uno sport e, volendo allargare il campo, talvolta addirittura di intere città e regioni. In tempi più recenti possiamo ricordare il primo Chievo di Del Neri che stupì l’Italia intera con il suo 4-4-2 e una formazione recitabile quasi come un mantra, il Parma di Scala, capace di conquistare l’Europa e di aprire un ciclo storico con un manipolo di giovani e, ad esempio, l’Avellino del presidente Sibilia capace di navigare nelle acque della Serie A per dieci anni consecutivi. E c’è il Lecce 1985/86 che, da retrocesso, impartì alla Roma di Pruzzo e Conti una sconfitta cocente al punto da costare uno scudetto, o il Cagliari del 1964/65 che tenne a battesimo nella massima serie un certo Gigi Riva, che ancora ignorava di poter diventare il simbolo di un’intera regione.

Al di là di tutte le storie che riguardano i singoli campionati, le stagioni delle esordienti nell’Olimpo del calcio italiano possono essere riassunte, come in tanti casi, in numeri. Questo pezzo si propone di sintetizzare il percorso di tutte le squadre che hanno preso parte per la prima volta alla A al girone unico, con dei precisi parametri e traendo, al termine, le dovute conclusioni.

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Caccialanza, dalla presa aerea alla macchina da presa

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Pubblicato: 05 Giugno 2017
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Si dice spesso che per fare successo nel mondo dello spettacolo bisogni fare la cosiddetta gavetta, o volendo scomodare un altro modo di dire, si debba passare dalla porta di servizio. Esiste però anche qualcuno che, per finire sotto i riflettori del grande e del piccolo schermo, abbia dovuto prendere un'altra porta: quella di un campo da calcio.

Il nostro è Lorenzo Caccialanza, ragazzone di un metro e novanta nato a Cologno Monzese nel 1955. La sua carriera calcistica italiana non è semplicissima da ricostruire: un mini-articolo di un Guerin Sportivo del 1986 parla di trascorsi nel Meda – squadra che, a suo dire, gli provocò diversi dispiaceri, anche se non è dato di sapere per quale ragione – e nella Solbiatese, dove non va però confuso con l’omonimo Mario che nei primi anni Settanta difese i pali della squadra brianzola per poi darsi alla carriera di scrittore una volta terminata quella di calciatore.

Nonostante un interesse dell’Inter nei suoi confronti, la carriera da calciatore di Caccialanza non decollò, così il portierone lombardo decise di dedicarsi alla sua seconda passione, la recitazione. Si trasferì quindi nella cosiddetta Milano da bere per frequentare alcuni corsi in materia. Erano gli anni in cui nella TV italiana godeva del suo massimo successo il giornalista e coach cestistico Dan Peterson, amato per il suo buffo accento oltre che per le proprie competenze sportive. “Se ha successo lui, perché non posso averlo anche io?”, pensò con un po’ di faccia tosta Caccialanza, che nel 1985, dopo essere stato rifiutato dal Piccolo Teatro perché ritenuto troppo vecchio, prese armi e bagagli e si trasferì in California in cerca di fortuna.

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Sergio Tonini, la prima vera "Fera"

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Pubblicato: 30 Aprile 2017
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L’usanza di dare un soprannome generico ai giocatori che vestono la maglia di un club non ha una datazione precisa, ma la sua nascita è di certo molto vicina a quella dei più popolari sport di squadra. Questo ha permesso a tifosi di disporre di un termine alternativo per identificare i propri beniamini rispetto al nome della squadra stessa.

Diffusa a livello mondiale, quasi sempre questa pratica esprime un aperto riferimento ai colori tradizionali delle casacche delle varie squadre o, in alternativa, ai simboli presenti negli stemmi sociali; si pensi ad esempio al Real Madrid, i cui atleti vengono chiamati merengues in relazione al colore bianco che contraddistingue sia le meringhe che le camisetas dei giocatori, oppure agli inglesi del Watford che, cambiato il colore delle proprie divise in giallo-nero nel 1960, divennero ben presto gli hornets, ossia “i calabroni”.

Ancor più comune il secondo caso, che spazia dai gunners dell’Arsenal, definiti per l’appunto “cannonieri” in virtù del cannone che ha sempre campeggiato nelle varie versioni del loro logo, ai satanelli del Foggia passando per i gigliati della Fiorentina; esistono poi anche i meno fantasiosi che da sempre usano i semplici colori sociali come appellativo per definire i loro idoli, cosa che vale tanto per i reds del Liverpool quanto per gli amaranto della Reggina.

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Un po' meteora, un po' Icaro: l'Ulm 1999/2000, al Paradiso e ritorno

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Pubblicato: 02 Aprile 2017
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Da sempre le meteore affascinano l’uomo. Il loro splendere per un solo istante, nel quale inevitabilmente catalizzano l’attenzione di chi le guarda, salvo poi dimenticarsene immediatamente focalizzandosi sulla ricerca della prossima, ha dato luogo a metafore applicabili nei più svariati ambiti, dalla televisione al cinema passando naturalmente anche per lo sport.

Ulma è una città tedesca di circa 122.000 abitanti, situata nella regione del Baden-Württemberg, nel Sud della Germania. Primo grande centro in cui passa il Danubio, si distingue per aver dato in natali ad Albert Einstein, oltre che a due leggende del calcio tedesco come i fratelli Uli e Dieter Hoeneß. La sua squadra, l’SSV Ulm 1846 è probabilmente una delle più grandi meteore del calcio internazionale.

Ulma, quindi, ha tanti abitanti quanti ne ha la città di Bergamo, dove c’è l’Atalanta che da sempre è di casa in Serie A. Ma la Germania, rispetto all’Italia, ha venti milioni di abitanti in più e nella stessa regione della cittadina del distretto di Tubinga ci sono squadre che, a vario titolo, hanno bazzicato la Bundesliga spesso con buon profitto: si va dallo Stoccarda, che ha contribuito a fare la storia del campionato tedesco, al Friburgo, passando per Karlsruhe e Mannheim (città in cui militano i nerazzurri del Waldhof, onesti comprimari nella Bundesliga degli anni Ottanta). L’Ulm, il sodalizio che rappresenta l’omonima cittadina, si colloca quindi come il classico vaso di cristallo in mezzo a quelli di acciaio e per conoscere il proprio momento di gloria deve aspettare il 1998, con la promozione dalla Regionalliga (la terza serie) alla Zweite Bundesliga.

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Chiodini e quell'ingiusta etichetta appicicatagli da Maradona

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Pubblicato: 26 Febbraio 2017
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Da sempre, le parole di un campione dall’indole scomoda com’è Diego Armando Maradona hanno una cassa di risonanza particolarmente elevata, sia per la natura controversa del personaggio che per il suo “peso” all’interno del mondo del calcio; non è quindi difficile immaginare come, ai tempi in cui si trovava all’apice della carriera, ogni sua dichiarazione venisse raccolta dai giornalisti come una possibile sorgente per tutti quei fiumi di inchiostro che andavano versati settimanalmente.

Correva così la stagione 1986/87, quella del primo, storico scudetto del suo Napoli. Capita che in casa propria i partenopei guidati dal grande numero 10 argentino ospitino il piccolo Brescia duramente impegnato nella lotta per la permanenza nella categoria: è la prima giornata del girone di ritorno, gli azzurri guidati dall’ex Ottavio Bianchi si presentano da campioni d’inverno con 22 punti in classifica, l’esatto doppio di quelli raccolti dalle rondinelle che occupavano in quel momento la tredicesima piazza, l’ultima utile per la tanto agognata salvezza.

Mister Bruno Giorgi, allenatore dei lombardi, affida la marcatura della stella sudamericana al proprio stopper Alessandro Chiodini: quasi ventinovenne, alla prima vera esperienza da titolare in A, il difensore nato ad Arezzo si ritrova così ad affrontare la difficilissima sfida di limitare il miglior giocatore al mondo dopo una vita calcistica passata tra i campi delle categorie inferiori.

Ciò di cui si discusse al termine di quella gara, in cui i futuri vincitori del Tricolore l’avrebbero spuntata a fatica sui coriacei bresciani – fu 2-1 grazie al gol di Ferrara e al rigore di Giordano, inframmezzati dalla segnatura del brasiliano Branco –, non fu tanto la vittoria del Napoli che permise agli uomini di Bianchi di mantenere il primato, quanto lo speciale trattamento riservato a Maradona. L’asso degli azzurri, toccato duro, fu costretto ad uscire per infortunio al 62’ di gioco e commentò così l’accaduto, riferendosi al suo diretto marcatore: “È il peggior difensore del mondo, e non capisco proprio come possa esistere della gente che va in campo col solo scopo d’impedire a qualcun altro di giocare”. Parlava, chiaramente, di Chiodini.

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Lindskog e quel (finto?) gesto da Libro Cuore che poteva decidere un campionato

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Pubblicato: 18 Gennaio 2017
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Quando i cosiddetti episodi “da libro Cuore” si verificano in uno sport tutt’altro che privo di malizie come il calcio trovano sempre una grande eco. Molti appassionati ricorderanno ancora quella volta in cui Paolo Di Canio, allora stella del West Ham, si accorse che il portiere avversario si trovava a terra dolorante e bloccò con le mani un cross che chiedeva solo di essere girato verso la porta; oppure di quando il terzino juventino Pessotto, nonostante la sua squadra perdesse uno scudetto sotto il diluvio di Perugia, ebbe l’onestà di ammettere di aver toccato per ultimo il pallone con l’arbitro Collina pronto a decretare un fallo laterale in zona d’attacco in favore di bianconeri.

A questi casi in cui l’onestà degli interessati risulta evidente si contrappongono tuttavia altri fatti  in cui la volontà di far del bene è solo presunta ma non apertamente dichiarata; certi aneddoti, se mai realmente chiariti del tutto, rischiano così di diventare delle vere e proprie leggende, complice la patina del tempo che finisce con l’offuscarne i dettagli.

Succede così che l’otto gennaio del 1961, quando una Fiorentina in un’anonima posizione di metà classifica ospita in casa propria la capolista Inter, venga fuori una storia intrisa di colpi di testa – intesi come pazzie e non come gesti tecnici – da parte di alcuni dei giocatori in campo, di protagonismi arbitrali, di malumori di dirigenti e tifosi e, per l’appunto, di presunti gesti di fair play il cui nobile intento sarebbe tutto da verificare.

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Goyen e Pepe Peña, il calcio argentino tra regole rispettate ed eluse

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Pubblicato: 11 Gennaio 2017
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Se voi, da tifosi, vedeste un giocatore della vostra squadra calciare una punizione verso la propria porta, come reagireste? Probabilmente sbraitereste contro di lui dandogli del pazzo e non capendo per quale motivo questi abbia deciso di regalare un gol alla squadra avversaria, arrivando magari a ipotizzare, insieme al vostro vicino di posto, il coinvolgimento dello stesso calciatore in pratiche legate al calcioscommesse o alla compravendita di partite.

In questo caso, sareste in torto marcio, per quanto probabilmente in buona – e abbondante – compagnia. Il vostro sarebbe un errore nel quale caddero anche i tifosi dell’Independiente durante la partita che la squadra di Santa Fe vinse per 0-2 in casa del Temperley nel giorno dell’Immacolata del 1983.

I fatti andarono in questo modo: Clausen, difensore dell’Independiente, batté un calcio di punizione in direzione del proprio portiere, l’uruguaiano Carlos Goyén;  questi, tuttavia, fu distratto dal lancio di oggetti al suo indirizzo da parte dei tifosi avversari, così da non avvedersi della battuta da parte del compagno, con il pallone che andava dritto verso la porta sguarnita.

Nonostante lo spavento e la costernazione dei tifosi e dei calciatori dell’Independiente, Goyén non si scompose e, con estrema calma e una lentezza addirittura esasperante, raggiunse il pallone appena un attimo prima che varcasse la linea di porta. La cosa indispettì non poco gli stessi sostenitori de Los Leones, che pensando a uno scherzo di dubbio gusto non furono certamente teneri con il proprio estremo difensore.

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