Potrei battere un record: al terzo articolo su questo sito già rischio di annoiarvi. Il discorso è che dopo due prestazioni da applausi della nostra nazionale è difficile non essere ripetitivi, specie per come queste sono maturate. Non gridiamo al miracolo, come spesso accade in questi casi non eravamo brocchi prima e non siamo fenomeni ora. Vale però la pena di formulare un primo assunto: se i giocatori avvertono il carisma di chi li guida, il rendimento cambia. Con tutto il rispetto Prandelli, dignitosissimo allenatore da medio-alta classifica, non aveva né i numeri, né il carattere, né l’esperienza ad altissimi livelli per guidare la nazionale. Direte che comunque c’è chi ha fatto peggio di una finale in un Europeo e un terzo posto alla Confederations Cup, il che è assolutamente vero; ma la Danimarca e la Grecia un Europeo l’hanno vinto e non sono diventate, successivamente, delle potenze del calcio mondiale. E l’altra competizione ha ancora un prestigio e una credibilità decisamente discutibili: avreste preferito battere l’Uruguay nella finalina della Confederations 2013 oppure in occasione della terza partita degli Azzurri al Mondiale? Lo stesso Brasile, secondo voi, potrà mai rispondere a chi lo accuserà di aver preso sette schiaffi in casa propria dalla Germania, qualcosa tipo “sì, però abbiamo vinto la Confederations Cup”?

Un secondo assunto è questo: che se non altro ora si nota una forma di buon senso nello schierare i giocatori in campo. Saranno pure le vittorie, ma questa nazionale ha una sua logica tattica: difesa a tre davanti a Buffon con un centrale a fare da regista difensivo (Bonucci) affiancato da due marcatori (Ranocchia e Astori) sufficientemente fisici e veloci, uno di piede destro e l’altro mancino; due esterni giovani con corsa e fiato a macinare chilometri sulle fasce (Darmian e De Sciglio), due mediani che hanno il compito di correre e inserirsi (Florenzi o Marchisio, più Giaccherini) più che di costruire, onere lasciato per ora a De Rossi in attesa di Pirlo e di… Verratti e infine due punte giovani, potenti, rapide e con tanta voglia di far bene. Ok il discorso motivazionale che ha un peso specifico altissimo, ma verrebbe da chiedersi: ci voleva tanto? Mazzone, il primo vero maestro di Conte, questo schema lo attuava già nel 1988 (probabilmente anche prima) e a giudicare dai risultati non gli è andata poi malissimo. Il sor Carletto non avrà mai guidato una nazionale, ma nemmeno ha partorito degli obbrobri tattici come Chiellini (questo Chiellini, non quello di dieci anni fa) terzino sinistro in una difesa a quattro o un tentativo di tiqui-taca improvvisato e inevitabilmente frustrato dal dinamismo costruttivo dei volenterosi costaricani.

Per chiudere, un po’ di sliding doors legate alla partita di stasera. Penso a Matteo Darmian: sino a un paio d’anni fa non era buono manco per un Palermo destinato a scendere in B, ora si sta probabilmente prendendo qualche rivincita. Sui rosanero che non hanno creduto su di lui, ma anche sul Milan che – oltre ad aver fatto lo stesso – è costretto a ripescare un Abate dato per partente o a sperare che Armero diventi un difensore a tutti gli effetti per completare il quartetto di retroguardia; tenendolo in squadra, si sarebbe ritrovata in casa i terzini di questa Italia a zero euro. Un pensiero va inoltre a Danilo D’Ambrosio, giocatore che ha scelto di lasciare il Toro per passare all’Inter: per come stavano andando le cose sino a dicembre scorso, il mondiale l’avrebbe giocato lui, mentre il suo addio – per scaldare la panchina nerazzurra – ha contribuito a far esplodere l’attuale esterno di Ventura. Parere mio, ma sapendo ciò che sa oggi, dubito che sarebbe stato così felice di firmare il contratto con la società meneghina come lo è stato circa otto mesi fa.

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