Ieri si sono concluse le gare della seconda giornata della fase a gironi di Europa League, mentre stasera si giocherà l'anticipo di B e chissà quante altre partite in giro per il mondo. Avvenimenti che catalizzano masse più o meno grandi, come da sempre nella storia di questo sport, e che lo portano a essere il più amato di tutti per la propria capacità di coinvolgere, anche solo per una chiacchierata, persone di ogni razza, religione, livello culturale ed estrazione sociale. Potente quanto una divinità, tanto che l'indimenticato giornalista Gianni Brera ribattezzò ciò che tutti noi chiamiamo "calcio" con l'epiteto di Dea Eupalla.
Se ci si aspetta, però, che Eupalla sia una dea giusta ed equilibrata con i propri fedeli, si rischia di rimanere delusi. E in questo caso non ci si riferisce alla classica partita in cui una squadra attacca per tutti i novanta minuti e poi prende il gol decisivo durante il recupero, ma di qualcosa di ben più delicato di quello che, alla fin fine, è pur sempre un gioco.
Un giocatore che passa la propria vita sotto i riflettori, come accade oggi a Messi e Ronaldo, può tranquillamente guadagnarsi da vivere (come se ciò che ha oggi non sia sufficiente per far campare di rendita chissà quante generazioni dopo la sua) anche quando avrà abbondantemente terminato la carriera agonistica. Seconda voce durante le telecronache, testimonial per spot in TV, ospite nelle trasmissioni più disparate: calciatori di lignaggio ben inferiore ai due nominati hanno saputo riciclarsi in parecchi modi una volta appesi gli scarpini al chiodo. Direte, non tutti sono Messi e Ronaldo: infatti.
Di norma si pensa che un calciatore possa vivere di rendita, perlomeno durante i giorni nostri. Gli ingaggi dei giocatori degli anni Settanta e Ottanta garantivano sì una certa agiatezza ma non erano certo paragonabili a quelli odierni, in cui basta avere un buon procuratore per garantirsi un contratto spesso al di sopra delle proprie possibilità. La verità sta nel mezzo: c'è chi fa la formichina, chi investe i soldi guadagnati in altre attività slegate dal pallone e chi investe su sé stesso cercando il modo per rimanere nell'ambiente. E se nessuna di queste cose fosse possibile?
In questi giorni ha fatto scalpore il caso di Brehme: un ex campione del mondo con oltre 200 mila euro di debiti (una cifra non irrisoria ma apparentemente alla portata di una persona che ha respirato calcio ad alti livelli per almeno trent'anni, anche perché sino al 2011 non se la passava certo male) messo alla gogna mediatica da Beckenbauer prima - c'era davvero bisogno di un appello strappalacrime per aiutarlo? - e dall'ex compagno di squadra Straube poi, per cui la richiesta di aiuto si è tradotta nell'offrirgli un posto come uomo delle pulizie per i bagni pubblici; niente di male, ma anche in questo caso un po' di discrezione in più non sarebbe stata inopportuna.
Quello dell'ex terzino interista è senz'altro il caso più eclatante, anche per lo scarso tatto mostrato nei suoi confronti. Ma non è l'unico esempio di professionista sedotto e abbandonato dalla Dea Eupalla. In questo articolo parlerò di almeno tre casi di giocatori italiani che hanno saputo, nella loro carriera, rivestire un ruolo importante nel calcio del loro tempo ma che il sistema ha rigettato quando diventati inutili alla causa.
Dante Bertoneri: ex ala del Torino, non un Torino qualsiasi ma quello che tirava fuori dal vivaio gente come Dossena e Francini. Seppe ritagliarsi uno spazio importante nei primi anni Ottanta, poi una serie di infortuni e di allenatori che non l'hanno saputo valorizzare ne hanno frenato la crescita sino a costringerlo ad interrompere la carriera da giovanissimo. Ora ha preso un'abilitazione per fare il badante e cerca di cavarsela con l'attività podistica per sbarcare il lunario. Rapporti con il mondo del calcio attuale? Pressoché nulli.
Marco Macina: classe 1964, non conta più il numero di volte che gli è stato detto che da giovane valesse più del pari età Roberto Mancini. Purtroppo a lui è mancata la giusta personalità e quel pizzico di fortuna che serve sempre. La sua carriera è finita a 26 anni, quando generalmente un giocatore è all'apice. Tagliato fuori da un grave infortunio ma anche da un sistema che gli ha impedito di rientrare nel giro, ora gioca con il Bar Amici, una compagine amatoriale sammarinese.
Gianluca Sordo: forse il caso più eclatante. Ex promessa del calcio italiano e vincitore di un Europeo Under 21 ai tempi di Cesare Maldini, dopo i fasti di Torino finì a fare la riserva al Milan di Capello. Nella fase conclusiva della propria carriera, si ritrovò suo malgrado coinvolto in una rissa in cui ebbe la peggio, tanto che finì in coma e, conservando a tutt'oggi dei problemi di postura e di memoria, percepisce una pensione di invalidità. Praticamente una tragedia passata sotto silenzio, dato che nessuno dei suoi ex compagni ha trovato il modo di stargli vicino.
Tre casi, tutti diversi tra loro, nessuno che occupa le prime pagine dei giornali. Oltre a questi tre, tanti altri che, a spulciare bene la Grande Rete, si possono trovare senza eccessive difficoltà. Anche noi abbiamo i nostri Brehme, che però evidentemente fanno meno notizia.