Come specifico chiaramente nel mio disclaimer, questo non è un sito di informazione, pertanto mi si scuserà se quando parlo di calcio non mi soffermo sulle discutibili decisioni di Rocchi in Juventus-Roma o sulle ultime convocazioni di Conte. Avendo creato questo spazio per disporne in modo autonomo e - spero - anche un po' anticonvenzionale, volevo raccontarvi piuttosto un'altra storia; non so perché in questo periodo mi sento di rappresentare il lato oscuro (e perfino struggente) del pallone, come testimonia il precedente articolo di questa stessa rubrica. Probabilmente perché da inguaribile nostalgico i lustrini e paillette da serata Champions non mi sono mai del tutto andati giù.
Dicevamo, una vicenda triste che assume contorni perfino romantici per via del periodo storico in cui si è verificata, vale a dire il 1912 e il 1926. Mi sono sempre chiesto come fosse il calcio di quei tempi: i maestri inglesi, gli inventori del gioco, erano avanti anni luce in materia di tecnica, tattica e preparazione atletica, mentre sul continente stava pian piano prendendo piede la passione per il gioco. La Nazionale Italiana giocò la sua prima gara appena due anni prima, e il girone unico come lo conosciamo oggi sarebbe arrivato solamente nel 1929. Un altro pianeta, insomma.
Qualcosa, però, si iniziava a intravedere e uno dei club di maggior tradizione della nostra storia, il Bologna, trovava modo di dare spazio ai giovani. Uno di questi fu Guido Alberti, promettente mezzala che esordì in prima squadra appena a 15 anni. Non giocò certo tantissimo, nei tre anni di militanza con la maglia felsinea: 15 partite e due gol segnati. Tuttavia a 18 anni poteva ancora definirsi una promessa, senonché arrivò la chiamata sotto le armi. Era il 1915 e non si trattava del normale servizio di leva, ma di una partenza al fronte per combattere contro il nemico: era iniziata la Prima Guerra Mondiale.
Sottotenente del 48º Reggimento di artiglieria da campagna, Guido Alberti arrivò a difendere la nazione fino al 1918, anno di conclusione del conflitto. Tuttavia, non fece in tempo a tornare a casa dalla famiglia dopo il termine della Grande Guerra: il 25 settembre, appena un mese e mezzo prima del termine delle ostilità, l'ex interno bolognese perì a causa di una malattia non meglio specificata.
Il gene del calcio era comunque evidentemente ben radicato nella famiglia Alberti, dal momento che, a due anni da quella data Cesare, fratello sette anni più piccolo di Guido, avrebbe ripercorso le sue orme facendo il proprio esordio nella massima categoria con la maglia del Bologna. Il suo talento, anzi, era probabilmente superiore; il debutto avvenne a 16 anni di età e fu a dir poco esplosivo: dal 1920 al 1922 Alberti segnò ben 32 reti in 45 partite, a cui vanno aggiunti sei gol in nazionale in un'unica gara contro una rappresentativa dilettantistica francese. Un vero e proprio astro nascente, se non fosse che il Bologna lo scaricò nel novembre di quello stesso anno. La causa? Un infortunio al menisco. Nel calcio del 2014 una motivazione simile fa sorridere, un problema di questo tipo si recupera - esagerando - in due mesi, tra operazione e riabilitazione; tuttavia allora sembrava un infortunio irrecuperabile, al punto che gli emiliani decisero di concedere la lista gratuita al giocatore, che verrà sostituito da un certo Angelo Schiavio (in seguito uno dei più grandi campioni degli anni Venti e Trenta).
Questi, tuttavia, non si perse d'animo e si affidò alle cure di un chirurgo genovese, il dottor Federico Drago, che tentò per primo in Italia un intervento di ricostruzione del ginocchio lesionato; l'operazione riuscì benissimo e, nella sorpresa generale, a due anni dall'ultima volta che mise piede in campo, Cesare Alberti tornò a giocare in rossoblu: non quello del Bologna, bensì quello del Genoa, compagine che decise di dar fiducia al rigenerato centravanti. Le attese non furono mal riposte, dal momento che il bomber riprese a segnare com'era sua abitudine: 10 gol in 20 gare, con tanto di doppietta all'Hellas Verona all'esordio e due gol al "suo" Bologna durante le cinque finali per il primato del Girone Nord disputate. Non basteranno al Genoa per andare avanti - i felsinei vinceranno il tricolore nella finale assoluta contro l'Alba Roma - ma saranno sufficienti ad Alberti per farsi dare del traditore dal suo ex pubblico.
Tant'è, Cesare Alberti aveva ormai una nuova platea da deliziare, e lo faceva divinamente. Inizia la nuova stagione e il centravanti trascina il Genoa a suon di gol, ben 8 in undici partite. Ciononostante, alle 4 del mattino del 14 marzo 1926, il destino si ripresentò in maniera beffarda e stavolta, purtroppo, irrimediabile. Fu probabilmente un'ingestione di frutti di mare avariati a risultare letale per il centravanti, che si spense ad appena 21 anni vittima di un'infezione virale. Il Genoa, in ripresa dopo tre sconfitte consecutive rimediate tutte in terra piemontese (rispettivamente contro Pro Vercelli, Juventus e Alessandria), aveva appena vinto contro Reggiana e Milan, e doveva vendicare la sconfitta patita all'andata contro il Livorno. La notizia giunta proprio alla vigilia della gara, tuttavia, condizionò evidentemente i liguri che non andarono oltre lo 0-0. Dopo quella gara, i rossoblu accumuleranno dieci punti in otto gare, risultato dignitoso ma lontano dalla ambizioni di vittoria di uno scudetto che sarebbe valso la prima stella sulle casacche genoane, titolo che a distanza di oltre novant'anni ancora non è stato conseguito dalla compagine attualmente presieduta da Preziosi.
Per uno strano scherzo del fato, i fratelli Alberti sarebbero deceduti entrambi a 21 anni. Da appassionato di ucronie mi chiedo cosa sarebbe potuto accadere se entrambi fossero rimasti in vita. Probabilmente Guido sarebbe tornato in campo ma, dopo tre anni di stop bellico, sarebbe stato destinato ad una carriera di medio-basso profilo, mentre Cesare sarebbe potuto potenzialmente entrare nei convocati per l'Olimpiade del 1928, chiusa al terzo posto dopo una sfortunata semifinale contro l'Uruguay vincitore, in cui non bastò il 2-3 del suo ex compagno al Genoa Levratto per colmare il distacco con la Celeste. Speculazioni, dietrologia: ma chissà se avremmo perso quella partita - e il titolo iridato - con Alberti in campo.