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A volte, nello scrivere in questo spazio – che spesso colpevolmente trascuro, più che altro per ragioni di tempo – mi rendo conto di trovare degli argomenti che spesso portano a intrecciarsi tre delle quattro principali rubriche che lo compongono, trovando punti in comune tra le componenti vintage, riciclo e tecnologia.

A dire la verità, il termine “vintage” è quasi abusato, in quanto l'oggetto dell'articolo è datato (all'incirca) 2008, ma tirando fuori il solito luogo comune per cui “in informatica certe cose mutano all'ordine del giorno”, possiamo tranquillamente scomodarlo. In fin dei conti il netbook, qualche anno fa icona della portabilità, oggi è stato nettamente soppiantato dai suoi “fratellini” minori quali smartphone, tablet o addirittura gli ibridi phablet, che contribuiscono a stringere la forbice tra il PC tradizionale e il telefonino nella sua accezione più nota.

Allora, tuttavia, l'ultimo ritrovato in termini di processori per dispositivi portatili era l'Intel Atom, la cui potenza di calcolo non era certamente tra le migliori che la storia dell'informatica ricordi ma che aveva il gran pregio di non richiedere particolari dispositivi di raffreddamento, il che 1) lo rendeva perfetto per essere installato in uno spazio ridotto, 2) consentiva ad una qualsiasi batteria di durare almeno per diverse ore.

Nel 2007 la Asus, congiuntamente con la stessa Intel, decise quindi di lanciare sul mercato un prodotto innovativo quale l'EEE PC (700 nella sua prima versione). Già allora, per quanto il prodotto stuzzicasse la curiosità degli appassionati (e abbia costretto altre case produttrici a virare sullo stesso trend), le sue caratteristiche erano decisamente risibili e nemmeno il miglioramento delle stesse nella seconda versione del netbook (900, quella di cui parlerò in seguito) si avvicina anche solo lontanamente a uno smartphone di buone prestazioni dei giorni nostri. Il processore sotto 1Ghz di frequenza, 1 GigaByte di memoria RAM e – pecca più evidente – gli appena 4 GB di memoria di massa costringevano gli utilizzatori a dover continuamente lottare contro la lentezza del dispositivo, evidentemente soffocato da sistemi operativi ben sopra le proprie possibilità; basti pensare che spesso si trovava installata di fabbrica la versione home di Windows XP con tutte le utilities del produttore, già irritanti in un notebook di prestazioni ben superiori. Qualcuno, in seguito, tentò la strada di Ubuntu, che però non sfondò in un pubblico ancora troppo vincolato agli schemi mentali imposti dalla Microsoft in termini di sistemi operativi.

Dopo lo spiegone tecnico-storico, arriviamo alla parte che riguarda il riciclo. Ora, qualche mese fa mi ritrovai tra le mani proprio un Asus EEE PC 900, ripescato quasi per caso dopo un periodo di oblio. Il proprietario mi disse “vorrei spedirlo a una persona all'estero in modo che, sfruttando la rete WI-FI, possa utilizzarlo per comunicare, possibilmente con Skype, ma dev'essere praticamente pronto all'uso”. Una bella sfida insomma.

Questa macchina, per l'appunto, aveva in dotazione Windows XP precaricato nella macchina o comunque installabile tramite CD di ripristino (il che presuppone già la necessità di un lettore CD esterno, roba che per fortuna non manca nel mio armamentario). Dopo svariati tentativi di installazioni del sistema operativo, disinstallazioni delle utilities, eliminazione dei servizi e dei processi all'avvio superflui e quant'altro, dico basta: RAM e memoria di massa erano stracariche a prescindere dagli accorgimenti che potessi prendere. Constatato che la soluzione XP non poteva andar bene, decido – com'è ovvio che fosse – di virare su Linux. Nel mare magnum delle varie distro esistenti doveva essercene per forza qualcuna che facesse al caso mio, memore anche dei miei trascorsi in materia di trashware in cui, dopo aver assemblato PC con pezzi risalenti ai primi anni del nuovo secolo, cercavo di capire come renderle in qualche modo utilizzabili.

In questo caso, tuttavia, non potevo affidarmi a quelle testate in passato (mi riferisco in particolare a Damn Small Linux, SliTaz e PuppyLinux), con cui avrei sì risolto i problemi di saturazione della memoria, ma verosimilmente – se non con uno sforzo notevole – non quello di doverci installare sopra Skype. Qualche googlata più in la mi imbatto in Lubuntu, parente povero del più noto Ubuntu: il kernel è lo stesso, ma i tanti arzigogoli in meno ne fanno un prodotto meglio fruibile per casi come il mio, date le poche risorse a disposizione.

La scelta si è rivelata azzeccata. A fronte di una semplicità di installazione decisamente apprezzabile, ho avuto modo di installare sulla macchina un prodotto che utilizzava non più di metà della RAM disponibile e lasciava inoltre quasi 1 GB di spazio sulla memoria di massa. Oltre alla buona fluidità di utilizzo, la buona notizia è stata che l'installazione di Skype predisposta per Ubuntu è compatibile anche su Lubuntu, che non ha avuto difficoltà a riconoscere i driver della webcam e del microfono.

Dal 2008 sono passati sei anni. Allora le pen-drive di una certa capienza erano decisamente più costose e non era immediato trovare una connessione disponibile; oggi i tempi – e i dispositivi – sono cambiati, ma se poteste disporre di un vecchio EEE PC che prende polvere in qualche angolo della vostra camera e di un dispositivo come il Web Cube della 3 con cui, per pochi euro al mese, potreste connettervi senza sforzo in presenza di una semplice presa di corrente, non sareste stuzzicati dall'idea di poter disporre di un'avanzatissima “agenda elettronica” che niente ha da invidiare a un sofisticato tablet?