Della Champions League, oramai, si sa tutto o quasi e la stessa Europa League – erede della Coppa Uefa ma con una formula e dei requisiti di partecipazione ben diversi – per quanto vituperata riesce comunque a catalizzare una discreta attenzione. Sino alla fine del secolo scorso le principali coppe europee erano addirittura tre, ma la soppressione della Coppa delle Coppe ha portato, già nella stagione 1999/2000 a ridurre a due il numero di competizioni che interessano le squadre del Vecchio Continente.
Sin qui niente di nuovo, ma probabilmente non tutti sanno che una volta l’Europa poteva essere – in qualche modo – anche appannaggio dei cosiddetti poveri. Già, perché se è vero che le più celebri coppe Europee da sempre premiano chi si è distinto nel proprio massimo campionato durante l’annata precedente, lo è altrettanto l’esistenza di tutta una serie di competizioni “minori” che potevano consentire anche ad una piccola di fregiarsi di un titolo internazionale, per quanto la valenza di questo non fosse certo quanto quella di una delle coppe, per così dire, convenzionali.
La più fresca di queste nella memoria collettiva è sicuramente la Coppa Intertoto, soppressa nel 2008. Nata dalle ceneri della coppa Piano Karl Rappan (che già nel 1961 si proponeva di donare visibilità alle squadre non qualificatesi alle coppe europee), la competizione prevedeva più vincitori (due il primo anno, tre nei successivi) sino al 2006, edizione in cui si introdusse la vittoria per una sola squadra. A leggere l’albo d’oro, ricco di nomi come Juventus, PSG, Amburgo, Aston Villa, Stoccarda, Olympique Marsiglia, Valencia e Werder Brema si penserebbe che non si possa parlare propriamente di squadre provinciali. Effettivamente l’Intertoto serviva semplicemente come lasciapassare per disputare la Coppa Uefa, e di conseguenza vincerlo avrebbe comportato per le piccole l’occasione di accedere a palcoscenici non certo abituali e per le grandi la possibilità di riscattare un’annata opaca entrando in Europa dalla porta di servizio. In realtà, nessuna squadra passata per l’Intertoto avrebbe mai vinto la Coppa Uefa. Ci andò vicino il Bordeaux di Zidane e Dugarry, detentore della prima edizione datata 1995, che però venne schiantato dal Bayern Monaco in finale sia durante la gara d’andata in trasferta (0-2) che in quella disputata tra le mura amiche (1-3). Di contro, sarebbe stata un’altra francese a toccare il punto più alto della propria storia con la vittoria di questo trofeo: il Troyes, capace di conquistarlo nel 2001.
Ben più prestigiosa della Coppa Intertoto fu – perlomeno negli anni Venti e Trenta – la Mitropa Cup. Il respiro internazionale non poteva essere evidentemente lo stesso di oggi, ma si parla comunque del primo vero torneo ufficiale disputato in Europa. Nella sua massima accezione, la competizione arrivò a contare ben 16 squadre provenienti da 7 diverse nazioni dell’Europa Centrale, area che in quel periodo storico dominava la scena calcistica mondiale. In pratica, parliamo della prima vera Coppa dei Campioni (difatti, sebbene il criterio di accesso non fosse meritocratico, in genere partecipavano le squadre più quotate dei campionati presi in considerazione) che sarebbe stata soppressa nel 1940 per via dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e riformulata come Coppa Latina (con stati differenti a garantire la partecipazione rispetto a quelli che prendevano parte alla Coppa Mitropa) dal 1949 al 1957, anno in cui fu eliminata a causa del suo accavallarsi con la Coppa dei Campioni vera e propria. Di matrice non troppo differente fu pure la Coppa delle Alpi, inaugurata nel 1960 e che avrebbe chiuso i battenti nel 1987.
La soppressione della Coppa Mitropa ebbe in realtà carattere solo temporaneo, visto che nel 1951 sarebbe di fatto stata riproposta: sebbene le nazioni partecipanti fossero quasi totalmente le stesse, concettualmente la competizione aveva la stessa valenza della Coppa Intertoto, vale a dire una vetrina riservata a chi non era riuscito a ottenere l’Europa vera sul campo. La formula durò fino al 1978 e, dopo la pausa del 1979, la Mitropa Cup avrebbe assunto la sua connotazione realmente “povera”: sarebbe infatti diventata una coppa dedicata alle neopromosse nei massimi campionati italiano, austriaco, jugoslavo, ceco e ungherese. Quest’ultima versione durò tredici edizioni e diverse squadre italiane come Pisa (2 volte), Bari e Torino tuttora possono annoverarla come unica vittoria in campo internazionale.
Andando a spulciare l’albo d’oro, potreste pensare che nel novero delle squadre dello Stivale appena elencate manchi l’Ascoli. In realtà i marchigiani possono vantare il singolare primato di essere i detentori di una competizione disputata una sola volta nella storia, il “The Red Leaf Cup”, vale a dire “La Coppa della Foglia Rossa”. Per inciso, la foglia rossa è quella di acero presente nella bandiera del Canada e la competizione – comprendente anche Glasgow Rangers, Nancy e Botafogo – aveva il solo intento di promuovere il calcio nel territorio nordamericano. I bianconeri dell’allora presidente Rozzi sarebbero stati inviati dalla FIGC in Canada come “premio” per il quarto posto raggiunto durante la stagione precedente che non fruttò – anche un po’ inspiegabilmente – la partecipazione alle coppe europee.
Una menzione d’onore va però all’Udinese, vera e propria collezionista di trofei internazionali “minori”. I friulani, infatti, non si sono limitati a vincere sia l’Intertoto (2000) che la Mitropa Cup (1980), ma hanno centrato anche la vittoria nel trofeo Anglo-Italiano del 1978.
Il trofeo Anglo-Italiano nacque dall’idea di Gigi Peronace, ex segretario della FIGC e fautore insieme ad Azeglio Vicini della creazione della nazionale Under 21. Vero e proprio collante tra il calcio d’oltremanica e quello nostrano, Peronace ideò la competizione a titolo di risarcimento nei confronti dello Swindon Town, che pur avendo vinto la seconda coppa nazionale non poté partecipare alla Coppa delle Fiere (l’antesignana della Coppa Uefa) in quanto il regolamento imposto dalla federazione inglese non lo consentiva alle squadre di categorie inferiori alla prima (lo Swindon Town, per l'appunto, disputava il campionato di terza serie). Se le prime edizioni, per quanto non prive di bizzarrie come l’idea di assegnare un punto in classifica per ogni gol o di circoscrivere la regola del fuorigioco agli ultimi sedici metri, potevano destare l’interesse in quanto nel lotto delle dodici partecipanti comparivano sei squadre del massimo campionato italiano e quattro di quello inglese, a partire dal 1976 – dopo due annate di pausa – il torneo cambiò pelle e per undici edizioni divenne una contesa tra semiprofessionisti presi tra la Serie C italiana e le leghe dilettantistiche inglesi.
Soppresso dopo il 1986, l’Anglo-Italiano sarebbe stato riproposto per quattro edizioni tra il 1992 e il 1996, con una formula ancora rinnovata: a partecipare sarebbero state otto squadre per nazione, che nel caso delle italiane sarebbero state le quattro retrocesse della A e le migliori non promosse della B durante l’anno precedente. In tre casi su quattro avrebbero vinto le italiane (Cremonese, Brescia e Genoa), mentre l’ultima affermazione inglese è stata del Notts County nel 1994/95 e rappresentò una tripla soddisfazione per la squadra di Nottingham: oltre ad aver riscattato la sconfitta contro lo stesso Brescia nella stagione 1993/94, i bianconeri avrebbero infatti portato a casa il secondo trofeo della storia dopo ben 101 anni di attesa dall’unica FA Cup vinta nella propria storia; inoltre in quell’anno la Juventus, il cui legame con i colori bianconeri iniziò proprio grazie ai britannici (per errore alla Juve furono spedite le maglie della squadra inglese invece che le attese divise rosa e da allora i colori della Vecchia Signora non sarebbero più cambiati sino ai giorni nostri), avrebbe perso la finale di Coppa Uefa contro il Parma. Corsi e ricorsi storici, piccole rivincite e situazioni che in un calcio sempre più orientato al business assumono il sapore dell’irripetibile.










