Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1980 Londra viveva dei giorni di grande tensione. L’ambasciata iraniana venne attaccata da un commando di sei terroristi arabi che presero in ostaggio 26 persone. Dopo i primi, positivi negoziati la situazione precipitò e i terroristi dichiararono che avrebbero ucciso gli ostaggi uno per volta: sfortunatamente, mantennero la parola e il primo a farne le spese fu l’addetto stampa il cui corpo venne letteralmente gettato fuori dall’edificio.

La lady di ferro Margareth Thatcher decise così di affidare le operazioni di salvataggio al 22esimo Reggimento S.A.S. (l’acronimo sta per Special Air Service), il corpo speciale militare al servizio della Corona Inglese. Il blitz degli uomini in tuta nera fu ripreso in diretta TV dalla BBC e il loro intervento fu a dir poco risolutore: dei sei terroristi, cinque perirono negli scontri a fuoco (sorte che, purtroppo, toccò anche a un malcapitato prigioniero) e l’unico superstite sarebbe poi stato processato e condannato a 27 anni di carcere. Tale exploit portò ai massimi storici la fama della S.A.S. al punto che la loro sola presenza, da allora in poi, sarebbe stata sufficiente a far desistere altri terroristi dal portare a compimento i loro piani.

In quei giorni, un ragazzo di Glasgow era indeciso sul proprio futuro. Quel ragazzo, di nome Steve Archibald, sino a non molto tempo prima faceva l’apprendista meccanico alla Rolls-Royce; con il pallone tra i piedi, però, se la cavava meglio che con la chiave inglese. La sua carriera iniziò nel piccolo Clyde, da giovanissimo; i gol non erano tanti: 7 in 65 partite, numeri abbastanza modesti per poter ingolosire le due grandi della città in cui è nato, Celtic e Rangers, che dal 1965 dominano incontrastate la scena nazionale. A crederci è l’Aberdeen, che nel 1977 veste il giovanotto di rosso e lo porta al Pittodrie Stadium.

Il primo anno tra i “grandi” non va neppure malissimo: cinque gol in Premiership per un ventunenne che proveniva dalla terza serie non sono poi da buttare. Arriva la riconferma e con essa un nuovo allenatore capace di prendere il piccolo St. Mirren dalla Second Division (l’equivalente dell’attuale Lega Pro) e di portarlo alla salvezza nella massima serie in appena quattro anni: è anch’egli di Glasgow e si chiama Alex Ferguson.

Il futuro sir che avrebbe fatto le fortune del Manchester United vede in quel ragazzo un gran potenziale e inizia a dargli fiducia, venendo ripagato dai risultati: dalla punta classe 1956 arriveranno 13 gol nel 1978/79 più altri 12 nel 1979/80 che contribuiranno pesantemente alla vittoria del titolo nazionale dopo ben venticinque anni di attesa. Numeri e risultati che attirarono le attenzioni delle “sorelle maggiori” del calcio inglese, evidentemente desiderose di condurre al proprio capezzale il bomber scozzese.

Fu proprio questa condizione di “oggetto del desiderio” a provocare nel biondo attaccante l’indecisione di cui sopra: lui all’Aberdeen stava bene, era praticamente un idolo, ma l’idea di poter diventare qualcuno fuori era almeno altrettanto allettante. Passò una notte in bianco a fumare ogni genere di sigaro, accompagnato dalla sua paura di valutare cosa fare della propria carriera e della propria vita. Il mattino dopo, sebbene distrutto, avrebbe maturato la propria scelta: restare lì al proprio posto, in quello stadio, con la maglia rossa dei Dons ancora addosso.

Non appena ebbe modo di riprendersi, Archibald si alzò e si diresse verso lo stadio, ansioso di comunicare la propria decisione a Ferguson: il mister, tuttavia, non aveva tempo e, mentre lasciava l’impianto, disse al buon Steve che ne avrebbero parlato il giorno dopo, di qualunque cosa si trattasse.

Questo ritardo nel comunicare la sua avvenuta decisione ebbe il potere di insinuare nuovi dubbi nella testa dell’attaccante, che rinunciò a discutere della faccenda con il proprio allenatore come inizialmente previsto. Passarono alcuni giorni, e la TV di casa Archibald era sintonizzata sul canale in cui trasmettevano il telegiornale. Un lungo servizio sulla suddetta impresa compiuta dalla S.A.S. nell’ambasciata iraniana a Londra rapì la sua attenzione. In particolare, egli fu attratto dal motto che accompagna il corpo militare nelle proprie imprese: Who Dares Wins, ovvero “chi osa, vince”.

Osare. Ecco qual era la parola che fece recedere Archibald dal proprio principio iniziale di rimanere in rosso. Sulle sue tracce c’era il Tottenham, in quella Londra scenario dell’attentato: il centravanti accettò l’offerta e il resto è storia. 58 gol siglati in 131 presenze, capocannoniere - in compagnia di Withe - al primo anno nella Prima Divisione inglese, vincitore di due coppe d’Inghilterra, di una Charity Shield e una di Coppa Uefa con la maglia degli Spurs, e… protagonista di una colorita apparizione nella famosa trasmissione musicale Top of the Pops.

L’ottimo score, unitamente all’esperienza internazionale accumulata con la nazionale scozzese (con cui non vanta dei numeri esaltanti, 4 gol in 27 presenze nonostante i due mondiali giocati nel 1982 e 1986) , lo portò a osare ancora, a quattro anni di distanza: a chiamarlo fu il Barcellona, da sempre uno dei club più prestigiosi al mondo. Andò benissimo il primo anno con 15 gol e la vittoria del titolo, meno nei successivi – anche se nel 1985/86 una sua segnatura estromise la Juve dai quarti di finale di Coppa dei Campioni – arrivando comunque, in tre anni, a totalizzare un rispettabilissimo score di 55 gare e 24 marcature.

Dopo la parentesi catalana, Archibald sparò le ultime cartucce di calciatore di buon livello tra Blackburn e Hibernian, salvo poi imboccare una fisiologica fase calante che lo portò a vestire, sia pure per qualche sparuta apparizione, le casacche del citato St. Mirren , nuovamente del Clyde e del Fulham, per un ritorno a Londra tanto suggestivo quanto breve. Appesi momentaneamente gli scarpini al chiodo, tornò a calcare i campi con la maglia dell’East Fife, con cui in due anni da allenatore/giocatore raggiunse una salvezza e una promozione.  Nel 1996, giusto per le statistiche, una presenza con gli irlandesi dell’Home Farm, che avrebbero concluso la stagione all’ultimo posto.

Nonostante le buone premesse, la sua carriera di manager si interruppe praticamente subito eccezion fatta per una breve esperienza nell’Airdrieonians, squadra destinata al fallimento durante il periodo della sua conduzione alla guida tecnica.

Nel 2009 Steve Archibald è entrato con pieno merito nella Hall of Fame del calcio scozzese e ad oggi, nonostante siano trascorsi tanti anni dal suo ritiro, il suo profilo Twitter è attivo e seguitissimo dai tifosi del Tottenham, anche se tanti di questi sono nati parecchi anni dopo i suoi gol all’ombra del White Hart Lane. Tutto merito di un telegiornale trasmesso nella lontana primavera del 1980.

*Le informazioni principali contenute in questo articolo sono state tratte dall’intervista di Giancarlo Galavotti nel Guerin Sportivo n. 12 del 18-24 marzo 1981.

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