Di storie dei cosiddetti ‘bomber di provincia’ se ne sono sempre raccontate tante: giocatori che, nella loro carriera hanno saputo toccare vette di protagonismo lontano dall’aria della grande città, vuoi perché non hanno avuto mai la loro occasione oppure perché non l’hanno saputa sfruttare quando questa è capitata.
Fabio Bonci è stato uno di loro, che ha conosciuto la grande piazza da giovanissimo – troppo, per poter incidere se non sei un fenomeno – e si è poi ritagliato la propria dimensione nei campi della B e della C, alternando annate di tutto rispetto ad altre un po’ più opache. Sin qui niente di strano; cosa contraddistingue quindi Bonci da tutti gli altri che hanno avuto un destino simile?
Anzitutto, salta all’occhio come la Grande Rete, capace di regalare un warholiano quarto d’ora di celebrità a tutti, di Bonci sia in grado di ripescare solo la pagina di Wikipedia (doverosa, dal momento che qualsiasi calciatore che abbia giocato in A ne ha una) e poche altre frammentarie notizie, tanto che il sottoscritto non è in grado di dire quale strada professionale abbia scelto l’ex attaccante dopo aver appeso le scarpette al chiodo.
Chiaramente, non è (solo) questo curioso cybermutismo a rendere unico Bonci, ma c’è anche un fattore statistico che resta al momento ineguagliato: il centravanti emiliano è, sinora, il solo ad aver vinto un titolo di capocannoniere in serie B pur militando in una squadra che alla fine del campionato sarebbe retrocessa. Se questa è l’ideale ciliegina, la torta è un percorso calcistico capace di incrociare il suo destino con quello di tanti grandissimi che avrebbero fatto, a vario titolo, la storia del calcio italiano.
Fabio Bonci nacque a Modena nel gennaio del 1949 e il suo destino era praticamente segnato sin dalla nascita, facendo egli parte di una famiglia di calciatori: il papà Iro, oltre cento presenze nel Cesena in due diversi periodi, giocò proprio nei canarini modenesi durante la storica stagione del terzo posto in A e si levò lo sfizio di battere con un suo gol la Juventus nel dicembre del 1946; gli zii Adler, Remo e Emilio furono anch’essi fieri esponenti dei colori cesenati, con quest’ultimo che vanta inoltre trenta presenze nella massima serie con le maglie di Lanerossi Vicenza e Catania.
Si dice che buon sangue non menta, ed effettivamente il giovanissimo Fabio non fa niente per smentire il noto detto popolare: tra i quindici e i diciassette anni disputa due stagioni in Serie D con il Moglia, totalizzando 16 reti in 36 gare. Gli ottimi numeri maturati richiamano l’interesse della Reggiana, che allora disputava il campionato di C; il ragazzino non troverà tanto spazio, ma undici reti e un gol nella terza serie a diciotto anni rappresentano comunque un gradino verso una crescita importante.
Nell’estate del 1967, però, più che di un singolo gradino si può parlare di un vero e proprio ascensore per il paradiso: a farsi viva è la Juventus, fresca detentrice dello Scudetto. Il mercato dei bianconeri fu tutt’altro che stellare, ma ciononostante Bonci – chiuso da De Paoli, Menichelli e Zigoni – non trovò modo di ritagliarsi spazio, condividendo un ruolo importante nella squadra giovanile con il coetaneo Franco Causio.
Il debutto nella massima serie sarebbe arrivato l’annata successiva quando, in novembre, subentrò a cinque minuti dalla fine nella vittoria per 2-0 contro il Pisa. Dopo allora arrivò solo un’altra occasione per vederlo in campo: era il 6 di aprile e Bonci disputò tutta la gara che vedeva i bianconeri opposti al Napoli, circostanza nella quale siglò la rete del definitivo 2-0 raddoppiando la segnatura del tedesco Haller.
L’exploit contro i partenopei non sarebbe tuttavia stato sufficiente a Bonci per avere nuove possibilità di scendere in campo e, di conseguenza, non gli sarebbe valso la riconferma per l’anno successivo; la Vecchia Signora lo spedì al Varese, là dove dodici mesi prima aveva prelevato quell’Anastasi che nel giro di qualche anno avrebbe fatto, con i propri gol, le fortune bianconere.
Doveva essere il trampolino di lancio per Bonci, che fu invece sfortunatissimo nel trovare sulla sua strada i due capocannonieri del campionato, che con i loro gol – tredici a testa – portarono i lombardi a ottenere una nuova promozione in A: gli attaccanti in questione sono Ariedo Braida e Roberto Bettega, due che – sia pure in tempi e modi diversi – si sarebbero dimostrati capaci di grandi cose negli anni a venire.
La promozione ottenuta da comprimario (quattro presenze, zero gol) indusse Bonci a cambiare nuovamente maglia: è la volta del Mantova, con cui andrà leggermente meglio in termini di partite giocate (21) e di gol (2). I virgiliani vincono il campionato tornando nella massima serie dopo quattro anni, ma anche stavolta l’attaccante modenese non viene confermato e decide di scendere di categoria: a volerlo è il Parma, che gli dà così modo di riavvicinarsi dalle parti di casa.
A ventidue anni suonati non c’è più tempo da perdere, se si vuole scongiurare il rischio di venire etichettati come eterna promessa: il nostro Bonci ne è consapevole e nel capoluogo parmigiano inizia a segnare come mai fatto prima: 19 centri in 36 gare, con i crociati giunti secondi in classifica dietro solamente all’Ascoli pigliatutto guidato dal trentacinquenne Carlo Mazzone.
La seconda piazza non valse la promozione per il Parma, ma l’ottimo campionato disputato avrebbe permesso a Bonci di risalire immediatamente al piano superiore, dove ad acquistarlo fu l’ambizioso Perugia. Stavolta titolare, l’attaccante ex Juve ebbe un buon impatto nella realtà degli umbri segnando per 9 volte in 27 occasioni. Il paradiso sembra avvicinarsi sempre più e a 24 anni il treno da prendere si chiama Atalanta: gli orobici, neoretrocessi, cercano una punta in grado di garantire i gol necessari per raggiungere l’immediata risalita.
Purtroppo per Bonci, la stagione è di quelle storte, nonostante dalla tredicesima giornata la panchina venga affidata al tecnico che lo fece esordire in A, Heriberto Herrera: la squadra non ingrana e nessuno dei tanti attaccanti a disposizione riesce a trascinarla lontano dalle secche di un anonimo centroclassifica. Lui, dal canto suo, può – per così dire – fregiarsi di essere stato con i suoi cinque gol il capocannoniere dei nerazzurri in quella disgraziata stagione, ma i maggiori meriti per aver evitato un destino ancor peggiore vanno ascritti senz’altro alla solidissima difesa, guidata da un giovane (ma già carismatico) Gaetano Scirea.
Ormai venticinquenne e distante dalle prospettive di un immediato ritorno in A, Bonci decide di tornare nella squadra che gli ha permesso di rendere meglio di tutte, quel Parma che nel mentre era stato promosso in B. Si disputa la stagione calcistica 1974/75, quella del suo miracolo individuale: in una squadra ultima in classifica, lui compie il piccolo capolavoro di diventare capocannoniere in solitaria del campionato con 14 segnature in 36 partite.
Questo nuovo exploit rilancia l’immagine di Bonci, che torna nel mirino di una squadra che insegue la promozione in A: è il turno del Genoa, che annovera tra le sue fila alcune vecchie glorie (Rosato, Rizzo, un Mariolino Corso al canto del cigno) ma soprattutto diversi giovani promettenti. Il mix è quello giusto e lo sfortunato precedente di Bergamo non fa testo: Bonci timbra il cartellino per ben 15 volte su 34 gettoni, formando un tridente d’attacco mortifero con Roberto Pruzzo (18 gol per lui quell’anno) e con l’assist-man Bruno Conti, due giovanotti per cui da allora in poi non ci sarebbe stato bisogno di presentazioni.
Nonostante l’ottimo rendimento maturato durante la cavalcata-promozione, per Bonci è di nuovo tempo di cambiare aria. A ventisette anni, quando probabilmente ormai non ci sperava più, ecco finalmente l’occasione per tornare in A; si tratta di un ritorno speciale poiché a tesserarlo è il Cesena, in pieno rispetto della tradizione di famiglia. C’è di più: quell’anno, per la prima - e finora unica - volta nella loro storia, i bianconeri avrebbero disputato la coppa Uefa, in virtù del lusinghiero sesto posto dell’anno prima, forti di ben quattro ex scudettati come Oddi, Cera, Frustalupi e Rognoni.
Per Bonci sembra l’occasione della vita e invece, ancora una volta, il destino si ripresenta beffardo all’uscio. Sebbene infatti il puntero emiliano possa vantare di essere stato tra i pochi a rappresentare il Cesena in Europa (accadde per gli ultimi 40 minuti della sfortunata vittoria contro i tedeschi dell’Est del Magdeburgo, un beffardo 3-1 che non fu sufficiente ai romagnoli per passare il turno in virtù dello 0-3 maturato all’andata), la stagione dei bianconeri fu del tutto fallimentare, con appena 14 punti conquistati in tutta la stagione e un inevitabile ultimo posto in classifica. Di gol lui ne mise a segno due in otto presenze, difficile fare molto meglio nella compagine con il peggior attacco del campionato.
A stagione conclusa, nell’estate del 1977, l’insuccesso sportivo passò tuttavia in secondo piano: lo sfortunato Fabio perse papà Iro, allora cinquantaquattrenne. Fu solo la prima tragedia che colpì quel Cesena nato sotto una cattiva stella: ben sei suoi rappresentanti (Frustalupi, Rognoni, Beatrice e in tempi più recenti Mariani, Macchi e Benedetti) sarebbero prematuramente scomparsi, lasciando più di un sospetto sugli abusi di assunzioni di sostanze proibite in tempi in cui i controlli antidoping non erano certo particolarmente ferrei.
La retrocessione in cadetteria indusse la dirigenza cesenate a confermare Bonci, che nelle quattro stagioni di B disputate prima di approdare in Romagna aveva pur sempre messo insieme 43 reti. Probabilmente i vertici bianconeri vedevano in lui il bomber di categoria giusto per risalire immediatamente, ma non andò esattamente come sperato; numeri alla mano, il bomber modenese non sarebbe andato oltre le 5 reti in 16 partite, diventando secondo miglior realizzatore stagionale insieme a Rognoni (che però mise piede in campo per 36 volte) e alle spalle di Carlo Petrini che di gol ne fece sei in 22 gare. Sì, proprio quel Carlo Petrini – anch’egli destinato a una precoce dipartita – che fece discutere con i suoi best-seller legati alla faccia sporca del mondo del calcio.
Il non esaltante campionato dei bianconeri – chiusosi al nono posto – portò Bonci a cambiare nuovamente maglia. A 29 anni e dopo una stagione non memorabile, quale miglior sfida se non quella di tornare a far bene in quella Parma che tante soddisfazioni gli diede in passato? Con l’aiuto degli ex compagni Boranga e Braida, la missione riuscì in pieno; siglando nove pesantissime segnature, Bonci contribuì a condurre il Parma al secondo posto – con conseguente promozione diretta – nella classifica del girone B di Serie C1. I ducali si resero protagonisti di una grandissima rimonta nel girone di ritorno, guidata in panchina da un tecnico in grado di vincere, da giocatore, la Coppa dei Campioni da capitano e da un giovane centrocampista per cui la Roma avrebbe fatto follie durante il mercato estivo: si tratta, rispettivamente, di Cesare Maldini e Carlo Ancelotti.
La stagione 1979/80 sarebbe stata l’ultima della carriera di Bonci. Non fu certamente un’esperienza esaltante, in virtù dell’immediata retrocessione dei parmensi e del mediocre campionato a livello personale con appena due gol in ventidue partite. Chissà, forse uno con il suo fiuto del gol, in C avrebbe potuto far comodo anche dai 31 anni in poi; fatto sta che il buon Bonci decise di dire basta e di dedicarsi alle giovani promesse, con buona pace dello snobismo serbatogli dal mondo di Internet. Snobismo che certo non gli ha riservato il mondo del tifo parmigiano: Bonci è infatti legato all’ambiente del club “Ex gialloblu”, composto dalle vecchie glorie del Parma; nei primi anni di attività sportiva dell’associazione prese parte alla squadra di calcio a cinque insieme ai vari Pin, Donati e Salvioni, mentre nel 2008 è stato insignito del premio “Tardini d’argento”. Insomma, se si nasce bomber (sia pure di provincia) non c’è per forza bisogno di Internet per venire ricordati.