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Il tema dei cosiddetti “oriundi” ha da sempre diviso l’opinione pubblica appassionata al mondo del calcio: giusto o no avvalersi di giocatori nati e cresciuti in un altro paese in virtù – nella maggior parte dei casi – di una lontana parentela che li lega all’Italia?

Lungi dal voler chiarire la diatriba, penso a quanto siano stati o meno decisivi i cosiddetti oriundi “al contrario”, vale a dire coloro che, di chiare origini italiane, hanno fatto le fortune di club o nazionali estere: Delio Onnis, mai convocato in nessuna nazionale, nacque addirittura nel Belpaese ma si trasferì in Argentina in tenerissima età, divenendo in seguito uno dei più apprezzati bomber nella storia del campionato francese. Come lui, tantissimi altri eroi della pedata, dalla vicina Svizzera al lontano Sudamerica, avrebbero in qualche modo contribuito alla crescita di questo sport alle latitudini in cui il destino li ha condotti.

In pochi tuttavia conoscono le particolarissime storie di due di loro, italiani (o quasi) destinati a rappresentare un’altra nazione e in grado addirittura di fregiarsi di titoli storici in paesi dalla tradizione calcistica tutt’altro che radicata. I due in questione sono Giacomo Poselli e Luciano Vassallo.

 

Giacomo Poselli nacque il 22 luglio del 1922 in Grecia, a Salonicco. Nel 1932 il padre, titolare di un’impresa edile, si stabilisce a Valona dopo aver ottenuto una serie di importanti lavori nel settore. A seguito della Seconda Guerra Mondiale, il giovane Giacomo entra a far parte del circolo Garibaldi di Valona, dove si occupava di assistenza ai soldati italiani sbandati. Questo suo impegno lo portò a disputare una significativa amichevole tra una rappresentativa dei militari lì presenti e il Flamurtari, la squadra della città. Poselli giocò come portiere con i propri connazionali e fece un’ottima figura al punto che lo stesso Flamurtari gli propose il tesseramento appena due giorni dopo. L’estremo difensore accettò, vedendo in quella richiesta una concreta opportunità di migliorare la situazione del proprio cognato, incarcerato dall’allora vigente regime comunista per motivi non noti.

La sua carriera di calciatore decolla così improvvisamente: durante l’anno successivo, il Flamurtari arriva a disputare la finale per il titolo nazionale, perdendo contro il Vllaznia. Ciononostante lui continua a non sfigurare, tanto da essere richiesto – e successivamente acquistato – dal top club dell’epoca, lo Sport Klub Tirana, per il quale poco prima dell’effettivo trasferimento disputerà una prestigiosa amichevole contro lo Spartak Mosca.

Dal Tirana alla nazionale albanese il passo è breve. Naturalmente, la dittatura governativa non può permettere che un giocatore dal cognome italiano disputi delle gare ufficiali per l’Albania, così da Poselli il bravo Giacomo si trasforma in Buzeli o, talvolta, in Pozeli.

Il suo debutto per le Aquile avvenne in occasione della prima partita ufficiale nella storia della rappresentativa locale: è il 22 settembre 1946 e nello stadio di Scutari i locali battono il Montenegro per 5-0. Di lì a poco, si sarebbe disputata l’ambita Coppa dei Balcani, che avrebbe visto l’Albania partecipare per la prima volta.

Poselli, portiere titolare di quella rappresentativa, risulterà tra gli autori della trionfale cavalcata che avrebbe portato gli albanesi padroni di casa ad aggiudicarsi il titolo: le due vittorie contro Bulgaria (3-0) e Romania (1-0) sarebbero state sufficienti perché la nazionale guidata in attacco dall’ex laziale Loro Boriçi, - capocannoniere della rassegna – raggiungesse l’affermazione finale; la sconfitta nell’ultima gara per 2-3 contro la Jugoslavia fu infatti irrilevante, in quanto la differenza reti premiò la squadra allenata da Ljubisa Brocic, serbo che sconfisse così  i propri connazionali.

Il portiere italiano conservò sempre un bel ricordo di quell’esperienza, definendola “una soddisfazione straordinaria, soprattutto per il calore dei tifosi”. Dopo aver disputato altri sei incontri con la nazionale fino al 1948, nel 1949 decise di tornare in Italia, intenzionato a trovare fortuna calcistica anche entro i nostri confini. Non sarebbe esattamente andata così, per colpe fondamentalmente non sue.

Le norme dell’epoca – spiegò lo stesso Poselli in un’intervista al Guerin Sportivo – impedivano a un giocatore già impiegato in un’altra nazionale di essere tesserato nei campionati professionistici se non dopo almeno due anni di Serie D. Questo, purtroppo, non solo lo costrinse a rinunciare alle offerte del Bari e di altre squadre, ma lo portò a decidere di interrompere l’attività agonistica, non potendo aspettare i 29 anni.

Negli anni Novanta, Poselli tornò in Albania per trasferire in Italia i resti del cognato, deceduto nel 1952 nel duro carcere di Burreli. Fu accolto con grande entusiasmo dagli ex compagni di squadra e di nazionale e nell’occasione fu fatta finalmente luce sulla sua vera nazionalità, grazie ad alcuni articoli e interviste sui giornali locali. Inoltre, la federazione albanese gli assegnò il titolo di “maestro dello sport”, rendendo merito alle sue gesta ben quarant’anni dopo.

Poselli morì nel 2008 a quasi 86 anni e, per la cronaca, quello del 1946 sarebbe stato il solo titolo vinto dalla nazionale albanese sino al 2000. In quell’anno gli uomini guidati da Zhega avrebbero vinto il Rothmans International Tournament, competizione organizzata dalla nota marca di sigarette in cui i balcanici avrebbero sbaragliato una concorrenza in verità abbastanza modesta composta da Malta, Azerbaigian e Andorra.

Ancora più avventurosa è la storia di Luciano Vassallo. Nato ad Asmara, nell’Eritrea Italiana, lui e il fratello minore Italo nacquero dalla relazione tra un militare italiano e una donna del posto, Mebrak. Abbandonati dal padre, i due crebbero allevati dalla madre, non senza difficoltà a causa della loro condizione di “meticci” che li rendeva oggetto di discriminazioni sia da parte degli italiani che della popolazione indigena.

Abbandonati gli studi il giovane Luciano si dedicò al pallone, imparando tuttavia parallelamente il mestiere di meccanico; lavorò dapprima per le ferrovie eritree e successivamente per la Wolksvagen, per conto della quale conduceva un’officina privata ad Addis Abeba. La convivenza con bulloni e chiavi inglesi gli avrebbe dato di che vivere sino alla tarda età: “Non lo imparai perché mi piaceva, ma perché sapevo che un giorno il sogno di vivere grazie allo sport sarebbe svanito”.

Nonostante questa sua profezia, la sua carriera da calciatore inizia a ingranare: già a 17 anni entrò a far parte della nazionale dell’Etiopia. Iniziò come terzino sinistro, transitò nel ruolo di centrale sino a diventare poi il fulcro del centrocampo, posizione in cui si sarebbe tolto le maggiori soddisfazioni. Dopo un certo pellegrinaggio nelle squadre composte da italo-eritrei (Gruppo Sportivo Stella Asmarina, Gruppo Sportivo Gaggiret e Gruppo Sportivo Asmara), nel 1960 passa al Cotton FC di Dire Dawa – più o meno la Juventus locale – in compagnia di Italo, che di ruolo faceva la prima punta.

Con il Cotton FC i successi fioccarono: i fratelli Vassallo poterono fregiarsi di ben quattro titoli nazionali in cinque anni: Luciano era ormai da tempo uno dei punti di forza della selezione locale, che contava sul suo apporto in vista della Coppa D’Africa del 1962, prevista proprio nell’ex Abissinia. I padroni di casa si sarebbero aggiudicati il trofeo – sinora l’unico della loro storia – dopo una difficile finale contro l’Egitto: gli ospiti erano in vantaggio per 2-1, ma a sei minuti dalla fine arrivò il pari di Luciano Vassallo, che consentì alla squadra di casa di portarsi ai supplementari: al 101’ arrivò il 3-2 di Italo Vassallo e in chiusura il definitivo 4-2.

Dopo oltre quindici anni di soddisfazioni e ben 104 partite con 99 gol che gli valgono tuttora i primati di giocatore più presente e più prolifico nella storia dell’Etiopia, nel 1968 Vassallo decide di chiudere con il calcio giocato, all’indomani dell’aggiudicazione del premio come miglior giocatore africano dell’anno.

Nel 1970 arrivò l’occasione della vita: lui desiderava intraprendere l’attività di allenatore, la FIGC era alla ricerca di un africano da inserire nel Supercorso di Coverciano. Un dirigente dell’Agip fece il suo nome, e in men che non si dica lui si trovò a condividere l’aula di studio con tanti nomi illustri del nostro calcio come quelli di Armando Picchi, Cesare Maldini e Vinicio. “I primi due” – raccontò Vassallo – “erano soliti sedersi nei banchi in fondo all’aula, di stare sui libri non avevano troppa voglia”. Legò parecchio proprio con Picchi, che apprezzava le sue qualità di corridore al momento di organizzare le partitelle tra compagni e che lo ospitava, spesso e volentieri, sulla sua Lamborghini tra una passeggiata a Firenze e una mangiata di carne di cinghiale in una trattoria degli Appennini. Quando le carriere di allenatore di entrambi avrebbero iniziato a decollare, Picchi e Vassallo avrebbero addirittura organizzato una partita amichevole ad Addis Abeba tra il Varese, guidato dal compianto Armando, e la nazionale etiope.

Vassallo si produsse in elogi anche nei confronti di Vinicio, suo compagno di stanza. “Era un uomo serio e corretto e non mi faceva dormire se prima non avevamo ripetuto tutte le lezioni”, dinamica questa che evidentemente aiutò l’ex stella della nazionale etiope a passare il Supercorso con il massimo dei voti. Meno forte il rapporto con Cesare Maldini: “Ricordo continui battibecchi in campo con lui, gli gridavo di passare la palla ma non me la dava mai”.

L’aver vissuto una realtà importante come quella del calcio italiano permise a Vassallo di realizzare quanto il calcio africano fosse arretrato e quanto, nelle mani dei dirigenti giusti, questo avrebbe avuto dei margini di crescita elevatissimi. Alternò la propria carriera tra squadre di club del proprio Paese e la nazionale, con cui ottenne risultati lusinghieri, come un rotondo 3-0 contro la Germania Est nel 1973. La sua popolarità in Etiopia raggiunse livelli elevatissimi, al punto da oscurare il dittatore Menghistu, che dopo averlo boicottato in tutte le maniere – compresa la violenza – dispose il suo arresto da parte della polizia segreta.

Lui, ricevuta la soffiata, mollò tutto e scappò nel deserto, marciando solitario per decine di chilometri. Il suo status di idolo locale, tuttavia, gli avrebbe permesso di essere riconosciuto da alcuni tifosi che l’avrebbero condotto al consolato italiano, da cui – una volta ottenuto il visto necessario – sarebbe partito alla volta di Roma, dove avrebbe trovato ad attenderlo la moglie e i figli espatriati qualche settimana prima.

Poco prima della fuga, il suo posto  alla guida della nazionale venne preso dal tedesco Peter Schnittger, reo – secondo le testimonianze rese al CT italo-etiope da alcuni suoi ex giocatori – di somministrare ai calciatori sostanze illecite, per mezzo di siringhe e pasticche. L’aver denunciato tale pratica avrebbe costretto Vassallo – già inviso alle autorità locali per il proprio desiderio di far uscire il calcio locale dal limbo di un torbido dilettantismo – a dire addio al proprio Paese natale.

Una volta in Italia, Vassallo si rimboccò le maniche: tornò a fare il meccanico e fondò nel 1978 una scuola calcio in quel di Ostia, portando alla vittoria del titolo provinciale i pulcini del 1985 alcuni anni più tardi. La sua carriera da allenatore di prima squadra non proseguì: anche nell’Italia di fine anni Settanta e dei primi Ottanta alcuni pregiudizi erano difficili da superare, e perfino nei campetti di periferia si sentiva spesso la frase “Ma dove vuole andare, quel negro?”. Lui, italiano tra gli etiopi e nel contempo etiope tra gli italiani nonché persona dotata di larghe vedute, poteva rappresentare un’importante occasione di crescita per ben due popoli: purtroppo – e non è la prima volta – i soprusi e l’ignoranza hanno avuto la meglio.