Che gli allenatori italiani abbiano sempre dimostrato una certa fantasia non lo scopriamo certo oggi: nel bene o nel male, alcuni di loro hanno letteralmente rivoluzionato il calcio internazionale. Può perfino capitare, tuttavia, che tutta questa creatività finisca con lo sfociare oltre il rettangolo di gioco, pur restandovi in qualche maniera legata.
Creatività, si sa, è sinonimo di arte ed è altrettanto risaputo che questa ha molteplici forme, tra cui la scrittura narrativa. Correva la primavera del 1996; la Gazzetta riportava le gesta di un Milan in procinto di vincere il suo quindicesimo titolo e di una Juventus prossima ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nella sfida di Roma contro l’Ajax, ma non solo: un breve trafiletto, di quelli che talvolta passano inosservati, recitava testualmente: “Allenatore di B fa lo scrittore erotico”.
Entrando nei dettagli, si scoprono diversi altri particolari. L’allenatore in questione non ha ovviamente appeso la tuta al chiodo per darsi al romanzo a luci rosse, né tanto meno ha pensato di conciliare le due attività in pianta stabile: più semplicemente, egli trasmise una propria opera intitolata “Spogliatoio” presso un concorso letterario a tema.
Il concorso, organizzato dall’associazione Peter Pan di Teramo, portava il bizzarro nome di “Porco chi scrive, porco chi legge”, ma a dispetto di una denominazione forse poco credibile aveva tutti i crismi della serietà: organizzato dal giornalista Antonio D’Amore, volto noto delle tv private abruzzesi, la rassegna poteva vantare giudici del calibro di Milo Manara, famoso fumettista erotico, e di Giobbe Covatta, apprezzato comico pugliese.
A causa del contenuto, per così dire, anticonvenzionale, buona parte dei 213 partecipanti decise di avvalersi dell’anonimato, compreso un magistrato – firmatosi come “Tango” – vicino agli ambienti di Tangentopoli che, non a caso, intitolò il proprio racconto “Smanie Pulite”. Il nostro allenatore non fece eccezione, nascondendosi sotto lo pseudonimo di Nereo Pozzo. Nereo come il Paron Rocco, ovvero il mister che negli anni Sessanta portò per la prima volta il Milan sul tetto d’Europa e del mondo; Pozzo come Vittorio, come il commissario tecnico della nazionale italiana che si aggiudicò i mondiali del 1934 e del 1938. Insomma, un mix capace tanto di nascondere il nome del tecnico diventato scrittore quanto di dare una percezione decisamente marcata di quello che era il suo lavoro nella vita di tutti i giorni.
Qualche giorno più tardi rispetto alla Gazzetta, il Guerin Sportivo pubblicò tre brevi stralci sul contenuto del dattiloscritto, che era chiaramente a sfondo calcistico. In “Spogliatoio” la narrazione è in prima persona e a descrivere l’andamento dei fatti è l’allenatore di un piccolo club. Il giorno dopo una brillante vittoria della sua squadra una donna dai capelli rossi, bella e provocante, si presentò dinanzi al mister: suo marito, la stella della squadra, un ex giocatore della nazionale, era stato estromesso a vantaggio di un promettente sedicenne che in quella domenica disputò una gran partita.
L’allenatore, che da un momento all’altro aspettava che la procace rossa si producesse in avances nei suoi confronti – finalizzate a permettere al proprio marito di reimpossessarsi del posto in squadra – avrebbe invece poi ricevuto una sorpresa: la donna si trovava in quello spogliatoio per avvicinarsi a un armadietto, non quello del marito bensì quello dello stesso sedicenne. Appurato che il “grande nome” della sua squadra stava perdendo qualcosa in più del minutaggio sul campo, il mister avrebbe poi rivestito un ruolo fondamentale nelle vicende degli altri due personaggi.
Il racconto, in realtà, di erotico ha poco e finirà senza che la sensuale signora e il giovanotto combinino niente. Si tratta, alla resa dei conti, di un gioco di sentimenti in cui lei viene delusa dal suo lui e cerca conforto nel ragazzino. Oltre a non essere noto il nome del vincitore del concorso (nemmeno Google ha saputo fornire indicazioni valide in tal senso), non si conosce a tutt’oggi nemmeno il nome dell’estemporaneo scrittore, nonostante lo stesso Guerin Sportivo abbia ripreso l’argomento quattro mesi dopo e si sia interessato al caso anche il settimanale generalistico Sette, storica appendice del Corriere della Sera.
Gli organizzatori lasciarono qualche indizio, talvolta contrastante, che però non permise l’identificazione del misterioso autore. Si dice che l’allenatore in questione abbia già avuto problemi in passato con alcuni dei propri giocatori riguardo alla “dolce vita” che erano soliti compiere fuori dal rettangolo di gioco. Nella telefonata agli organizzatori che ha preceduto l’invio dello scritto, il misterioso autore diede l’impressione di essere una persona colta, essendosi prodotto in diverse citazioni di classici del genere. Il già citato Antonio D’Amore prova a dare una traccia per i più curiosi: “Il nome del tecnico non posso farlo, è un segreto. Ma nei tre brani ci sono sufficienti elementi per capire tutto, comprese le identità dei protagonisti. Un indizio preciso? Diciamo che tracciando una linea immaginaria all’altezza di Roma, la sua squadra, e forse anche il suo luogo di nascita, si troverebbero poco più a Sud”.
Quindi, un tecnico del Meridione che allena una squadra non lontana dalla zona delle proprie origini. Il campo sembrerebbe restringersi, senonché il fratello di Antonio D’Amore, Pierfrancesco, avrebbe (involontariamente?) smentito questa affermazione dicendo che il mister in questione lavorava in Emilia Romagna.
Neanche a dirlo, si scatenò immediatamente la caccia al novello Henry Miller e inevitabilmente saltarono fuori i primi nomi. Basandosi sulla seconda indicazione, in tanti puntarono il dito sull’allora tecnico del Bologna Renzo Ulivieri, personaggio non nuovo a battute “piccanti” in qualche modo correlate al rendimento dei propri giocatori. Il mister toscano smentì con la consueta ironia: “Sarà uno scherzo. Mi fa piacere, casomai, che sia stato rinverdito il mio passato di conquistatore. Ma adesso non esercito più”.
Ad essere accostati allo pseudonimo di Nereo Pozzo furono altri due allenatori con la dichiarata fama di personaggi fuori dalle righe: Giovanni Galeone (a quel tempo nel Perugia) e Bruno Pace (che guidava l’Avellino). Entrambi smentirono, il primo – al pari di Ulivieri – in maniera divertita, il secondo mostrandosi invece decisamente più serio.
Almanacchi alla mano, si può solo provare a ricostruire l’identikit del personaggio in base alle indicazioni fornite. L’allenatore in questione è di B e questa è probabilmente l’unica certezza. Se si considerano le sole squadre dell’Emilia Romagna, oltre al Bologna disputavano la cadetteria solamente il Cesena e la Reggiana, i cui rispettivi allenatori erano Tardelli e Ancelotti. Due che, essendo entrambi alle primissime esperienze da tecnici, difficilmente avrebbero potuto stilare un racconto in cui si evince come l’allenatore che racconta in prima persona abbia già una certa esperienza nel gestire determinate dinamiche.
Passiamo quindi all’altra indicazione geografica: la B di quell’anno poteva vantare un ampio numero di partecipanti che geograficamente si trovano al sud di Roma: Avellino, Cosenza, Fidelis Andria, Foggia, Palermo, Pescara, Reggina, Salernitana. Si afferma però che la distanza con Roma non è tanta, quindi si possono escludere le squadre siciliane e calabresi. Quasi tutte le restanti avevano un allenatore proveniente dal nord Italia (l’Andria il bergamasco Sonzogni, il Foggia il friulano Burgnich, il Pescara il bresciano Maifredi), con la parziale eccezione del grossetano di origini calabresi Colomba che allenava la Salernitana. E Pace? L’ex ala del Bologna allenava per l’appunto l’Avellino ed è inoltre nativo di Pescara; le due città si trovano rispettivamente a 250 e 207 km di autostrada da Roma, il che lo farebbe quindi risultare il solo a completare in toto l’identikit fornito.
Mistero risolto? Non necessariamente. Poiché – come si afferma – il racconto riporta una storia vera, ci si potrebbe anche sbizzarrire nella ricerca degli altri personaggi caratterizzati nella narrazione, il centrocampista ex nazionale esperto e un po’ pieno di sé e la giovane promessa che al momento della stesura del racconto giocava in serie A. Chi scrive, nonostante un’attenta spulciatura del proprio materiale, non ha trovato nessuno dei calciatori alle sue dipendenze che corrispondesse alle descrizioni fornite.
Il rompicapo è servito, anche se forse non avremo mai la certezza della sua soluzione: del resto, se chi si nascose dietro Nereo Pozzo non si è esposto fino ad oggi, c’è da credere che non lo farà tanto facilmente nemmeno in futuro.










