La storia del Bologna negli anni Novanta, fatta di discese e risalite repentine, di tecnici carismatici, di grandi campioni che hanno calcato il terreno del Dall’Ara e di giocatori rivelazione divenuti simboli del campionato, se analizzata nel dettaglio, è probabilmente una delle più curiose e interessanti dell’intero panorama calcistico nazionale.

In quel decennio denso di emozioni per i tifosi felsinei, tuttavia, non manca di incastrarsi una storia commovente, intrisa di solidarietà e con un finale tutt’altro che lieto.

I Novanta, oltre che anni calcisticamente proficui per il nostro Paese, sono stati anche oggetto di continui conflitti nell’Est Europeo; le disperate popolazioni delle nazioni interessate erano infatti costrette a cercare rifugio – spesso clandestinamente – in uno stato come il nostro che, essendo prevalentemente composto di coste diventa per forza di cose meno facile da sorvegliare rispetto ad altri.

Si sviluppò così il fenomeno dell’immigrazione clandestina, grazie al quale degli scafisti senza scrupoli caricavano, stipandole, centinaia di persone all’interno di barconi privi degli essenziali requisiti igienico-sanitari per poi partire alla volta dell’Italia. Nonostante per questi passeggeri fosse tutt’altro che garantito di poter arrivare a destinazione sani e salvi, costoro erano pronti a pagare cifre profumatissime pur di andare incontro a una nuova opportunità lontano dalle difficoltà riservategli dal loro Paese.

Nel 1995, in una di queste carrette del mare, si trovavano il ventenne Elvis Hushi con suo padre, il quale sborsò a questi personaggi un milione di lire pur di varcare lo Ionio e approdare entro i confini italici. Elvis era un ragazzo come tanti altri, ma con un discreto talento nel giocare a calcio: nonostante la giovane età si trovava già in pianta stabile nella rosa del Besa Kavaje, la squadra della sua città che disputava il campionato di serie A albanese.

Il giovane Hushi soffriva tuttavia di un brutto male, un tumore a una gamba che gli avrebbe reso impossibile proseguire la propria carriera ad alti livelli. Ricoverato all’ospedale Rizzoli di Bologna, necessitava di trenta milioni di lire per poter ottenere le cure appropriate al fine di tentare una difficile guarigione.

Il tam-tam mediatico suscitato dalla sua storia all’interno del capoluogo emiliano non trovò insensibile il Bologna, allora guidato da Renzo Ulivieri. Il sodalizio rossoblu non solo diede vita a una sottoscrizione mirata a raggiungere la cifra necessaria al pagamento della chemioterapia, ma adottò in tutti i sensi il giocatore. Lo stesso tecnico ex Samporia e Cagliari prese talmente a cuore la vicenda che trascorse con il giovane sia la vigilia del Natale, con tanto di pizze portate in ospedale, che quella di Capodanno, quando cucinò per lui le cotolette alla toscana improvvisando un veglione in corsia.

“Non ti preoccupare di ciò che scrivono i giornali, ovunque io vada ad allenare, quando starai bene tu verrai a farmi da secondo”, gli promise Ulivieri quando, il 5 agosto del 1997, egli annunciò le proprie dimissioni – poi rientrate – dalla guida della squadra emiliana. Il mister toscano si affezionò a quel ragazzo tanto che, in occasione di una sua visita con Paramatti (che insieme a Fontolan e Scapolo fu colui che legò di più con il ragazzo venuto dall’Albania), gli diede una cartella con i propri schemi in modo che potesse studiarli, con annessa raccomandazione: “Non li far vedere ai giornalisti, quando vengono a trovarti”.

In realtà, già dai primi di giugno di quello stesso anno, Ulivieri sapeva che il destino della sfortunata ex promessa del calcio albanese era segnato. In quei giorni, a Hushi fu amputata la gamba malata per rendere più sopportabile il dolore, ma il cancro aveva ormai fatto il suo corso. Quando, il 6 agosto, il giovane ex calciatore tornò nella sua Kavaje, non sapeva che non avrebbe mai dovuto fare ritorno al Rizzoli per proseguire con le cure.

Hushi sarebbe scomparso, sconfitto da quel tremendo male, il 22 agosto del 1997. L’allenatore di San Miniato, che sino a pochi giorni prima era rimasto in contatto telefonico con lui, commentò così la sua dipartita: "Dove non arriva la medicina, c'è poco da fare. In questo momento di dolore, gli devo dire grazie. Questa esperienza ha arricchito me ma anche i ragazzi della squadra. Il fatto che tutto questo sia successo ad un loro collega, li ha colpiti profondamente. Non si è immortali nemmeno se si sa calciare bene una palla".

È ad ogni modo bello pensare che Hushi abbia rappresentato una sorta di talismano per quel Bologna che, spinto dai gol e dalle giocate di Roberto Baggio, avrebbe disputato un campionato eccellente, al punto da raggiungere l’ottavo posto in classifica. Tale piazzamento valse il diritto a partecipare alla Coppa Intertoto, che i felsinei avrebbero poi vinto garantendosi così la possibilità di disputare la Coppa Uefa edizione 1998/99.

I rossoblu passarono nel mentre dalla guida di Ulivieri a quella di Mazzone; il sanguigno allenatore romano raccolse l’eredità del predecessore guidando i suoi a una netta affermazione in finale contro il Ruch Chorzow .

La data di quel trionfo è il 25 agosto 1998, vale a dire un anno dopo la scomparsa del giovane Elvis. Il calciatore adottato ormai non c’era più, ma quei ragazzi che gli furono vicino sino a qualche tempo prima avrebbero trovato il modo migliore per onorarne la memoria.

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