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Ci sono delle annate, nel calcio italiano, capaci di rivestire un ruolo nella mente degli appassionati dalla buona memoria storica. Il 1980, ad esempio, è stato l’anno degli Europei che l’Italia “bucò” clamorosamente in casa, dello scandalo Totonero e della riapertura delle frontiere che, dopo sedici anni,  avrebbe consentito alle squadre del nostro Paese di tesserare calciatori provenienti da federazioni estere.

Molto più privo di riferimenti è, invece, il 1973. Non si disputarono Mondiali né Europei trattandosi di un anno dispari, al massimo può venire in mente la prima finale di Coppa dei Campioni disputata dalla Juventus e persa contro l’Ajax. Eppure, anche in quell’anno ci fu una sorta di riapertura delle frontiere, molto meno reclamizzata – e, a dirla tutta, anche meno produttiva – di quella verificatasi sette anni più avanti.

In pochi sanno, infatti, che il blocco imposto nel 1964 era talmente restrittivo da non impedire solo il tesseramento di calciatori stranieri entro i nostri confini, ma anche quello di italiani provenienti da federazioni straniere. La norma era aggirabile se si accettava di sottoporsi a un periodo di “purgatorio” in serie D come viatico a un possibile tesseramento da parte di club professionistici. Fece eccezione un giovanissimo Chinaglia, rientrato in Italia nel 1966 dopo l’esperienza allo Swansea, che anche grazie alla propria volontà di adempiere al servizio militare poté ripartire dalla C con la Massese.

Non furono in tantissimi a cedere al richiamo della madre patria, in quel 1973, e comunque nessuno di loro lasciò il segno in maniera tangibile nei nostri confini, arrivando – nel migliore dei casi – a poter vantare qualche presenza in A o alcuni discreti campionati in seconda o terza serie. Ripropongo di seguito, per sommi capi, la carriera e il percorso post-agonistico di ciascuno di loro, laddove la Grande Rete ha consentito di ottenere del materiale attendibile.

Gino Andreatta, 13/06/1954, Fontaine L’Eveque (Belgio), centrocampista. Si potrebbe in realtà definire un belga a tutti gli effetti, ma la concomitante presenza in squadra del fratello maggiore Tullio (anch’egli facente parte di questa rassegna) lo fa rientrare a pieno titolo in questa particolare categoria di rimpatriati. Proveniente dal settore giovanile dell’Anderlecht, passò al Trento (la squadra professionistica più vicina alla città della sua famiglia, Segonzano) appena diciannovenne. Mentre, come si vedrà, il fratello diventerà una vera e propria bandiera della squadra trentina, lui si limiterà a sommare tre presenze sia nella stagione 1973/74 che nel 1975/76. Dopodiché, né Internet né almanacchi ne danno notizia.

Tullio Andreatta, 24/10/1947, Segonzano (TN), centrocampista. Per l’appunto, il fratello del succitato Gino. Gli almanacchi Panini lo danno come proveniente dal Royal Olympic Bruxelles, ma si tratta evidentemente di un errore in quanto una squadra con questa denominazione non è mai esistita nella storia del calcio belga; una ricerca su Google svela invece come Tullio Andreatta abbia giocato in realtà nel Royal Olympic Charleroi dal 1967 al 1973, riuscendo a totalizzare sette presenze nella massima serie nella stagione 1967/68 che culminò con la retrocessione da parte del club bianconero. Dopo altre cinque stagioni e complessive dieci reti in campionato (più due nella Coppa del Belgio 1968/69) il ritorno in Italia, dove diverrà un simbolo del Trento con ben 197 partite in sette stagioni, di cui le prime sei da titolarissimo. Le reti totalizzate furono sette, condensate nei primi tre anni di militanza nel sodalizio gialloblu. Stabilitosi nella sua città d’origine, a metà del primo decennio degli anni Duemila è segnalato come allenatore sulle panchine di Villazzano e Mattarello, sempre da subentrante.

Giuseppe Maria Cafaro, 21/07/1948, Briatico (CZ), portiere. La famiglia emigrò in Argentina, dove vestì le maglie di Atlanta, Central Norte e Platense. Tornato in Italia, lo tesserò il Milan, dove però non trovò spazio. La sua carriera nel nostro Paese sarebbe quindi proseguita tra B e C con le maglie di Barletta, Brescia e Pro Cavese. Rientrato in Argentina, difese i pali di Talleres, Chacarita Juniors e El Porvenir. Il suo momento di gloria arrivò proprio nello stesso anno in cui giunse in Italia: nella sfida di Primera B del 3 marzo 1973 contro il Banfield (la squadra che vent’anni dopo avrebbe lanciato nel grande calcio Javier Zanetti) riuscì a neutralizzare agli avversari ben tre calci di rigore, due a Hugo Matos e uno a Juan Carlos Lallana. Il Platense avrebbe perso 4-3, ma Cafaro – noto nel suo Paese adottivo con il nome ispanizzato di José Maria – avrebbe ricordato quella gara come la più grande emozione della propria vita.

Mario Adolfo Carnevale, 05/02/1947, Montalto Uffugo (CS), difensore-centrocampista. Arrivò in Italia con un pedigree tutt’altro che disprezzabile, per un giocatore destinato alla C. Capace di giocare come difensore centrale e come mediano, tecnicamente non eccelso ma molto generoso, esordì nel 1967 tra le fila del Lanús, per poi passare nel 1971 al Gimnasia Y Esgrima La Plata. Può vantare 160 presenze nella massima serie argentina e 8 nel secondo gradino nazionale, senza però aver mai conosciuto la gioia del gol. Nel 1973 vestì i colori del Piacenza senza riuscire a lasciare il segno: appena 14 le presenze senza segnare anche in questo caso. Rimasto svincolato dopo la breve esperienza emiliana, non è stato possibile reperire alcuna traccia successiva del suo prosieguo di carriera come calciatore.

Luciano Frattura, 12/04/1948, Zungoli (AV), centrocampista-attaccante. Uno dei due “argentini” prelevati dal Chieti. Prima di tornare in Italia, girovagò nel paese dei gauchos arrivando a vestire ben otto maglie: Estudiantes, Arsenal de Llavallol, El Porvenir (29 incontri, cinque reti), Atlanta, Talleres, Belgrano (cinque partite, due gol), Argentinos Juniors (cinque gare senza segnare) e infine Comunicaciones. Nel Belpaese riuscì a mettere insieme appena sei presenze senza segnare con la maglia dei neroverdi abruzzesi. Impossibile, anche stavolta, ricostruire la sua carriera e il post-attività dopo il 1974.

Gino Levantaci, 22/06/1947, Alezio (LE), attaccante. La sua carriera italiana non sarà stata probabilmente memorabile, ma il suo singolarissimo percorso di vita merita senz’altro di essere raccontato. In Belgio vestì le maglie di Winterslag e Beerschot, totalizzando con la maglia di questi ultimi undici presenze e un gol nel 1971/72, unitamente alla soddisfazione di debuttare in Coppa delle Coppe contro i ciprioti dell’Anorthosis. Nel 1973/74, alla sua stagione d’esordio in Italia, si distinse come capocannoniere del Clodiasottomarina con 8 gol in 26 presenze (pare che originariamente dovesse firmare per l’Avellino ma l’accordo saltò e fu l’ambiziosa squadra del patron Sanson ad accaparrarsene le prestazioni). Calcisticamente, questa è la sua ultima stagione ricostruibile. In compenso, nel 1982 torna protagonista; non si parla, stavolta, del rettangolo di gioco, ma delle classifiche di vendita dei dischi  e al Festivalbar dove, sotto lo pseudonimo di Jean-Louis Levant, incide il singolo “Say” riscuotendo un discreto successo a livello europeo, in particolare in Francia e Germania. In futuro avrebbe continuato a dividersi tra la passione per la musica e quella per il calcio fondando l’emittente radiofonica BCS e tornando nella società che lo accolse in Italia – diventata, nel frattempo, Chioggia Sottomarina – prima nelle vesti di responsabile di marketing della società e poi addirittura in quelle di presidente. Quest’ultima esperienza, purtroppo per lui, non sarà priva di amarezze: dopo tanti buoni campionati, la sua squadra avrebbe diverse volte mancato l’obiettivo della promozione passando per i playoff, fino al fallimento giunto nel 2011.

Dante Mircoli, 12/03/1947, Roma, centrocampista. Insieme a Sartori, l’unico che riuscì a mettere insieme qualche sparuta presenza in A. La Sampdoria lo pagò ottanta milioni di lire, impressionata dalla grinta mostrata da questo tarchiato mediano durante le annate vissute con le maglie di Independiente (con cui vinse la Copa Libertadores nel 1972), Platense ed Estudiantes, squadra dalla quale proveniva. Le attese furono mal riposte: nonostante fosse arrivato in Italia ancora relativamente giovane, i tanti chilometri percorsi lo avevano esposto a un certo logorio fisico, che gli permise di mettere insieme appena nove presenze e due gol nelle sue due annate in blucerchiato. Bravissimo nei calci di punizione, con uno di questi regalò due punti pesantissimi contro il Varese in occasione della seconda giornata del campionato 1974/75. Nella stagione 1975/76 si divise tra Lecco e Catania, totalizzando appena due apparizioni con la maglia rossazzurra. Rientrato in Argentina, provò senza successo a rilanciarsi con le maglie di Racing Club e Atletico Bucaramanga. Al termine della carriera agonistica tentò, senza troppa fortuna la carriera di allenatore. Dal 2012 è stato per qualche tempo aiutante di campo nel “suo” Independiente. Due le curiosità che lo riguardano: nell’album 1974/75 è l’unico giocatore a comparire con il pantalone della tuta piuttosto che con il classico pantaloncino da gara; inoltre, a Genova era stato ribattezzato  Me dole, cioè “mi fa male”, soprannome nato dalla sua predisposizione ad accusare puntualmente dolori di qualsiasi genere durante gli allenamenti.

Luciano Mircoli, 29/09/1949, Cerveteri (RM), centrocampista. È lui l’altro italo-argentino che approdò alla corte di mister Malavasi nell’anno di Grazia 1973. Fratello del più famoso Dante, la Rete non dà alcuna indicazione sulla sua carriera pre e post Chieti, pertanto le uniche informazioni si riducono a quanto riportato negli almanacchi di allora. Pare che provenisse dal Platense (nel caso in cui questo dato sia corretto è stato quindi compagno di squadra di Cafaro) e che  abbia militato in Abruzzo per quattro anni: 21 partite senza gol nel primo, due gare – sempre a secco – nel secondo, dieci presenze e finalmente una marcatura nel terzo e infine quattro gettoni nell’ultimo disputato in Serie D.

Carlo Sartori, 10/02/1948, Caderzone Terme (TN), centrocampista. La famiglia si trasferì a Manchester prima ancora che egli compisse un anno. Lui, britannico nell’aspetto per lineamenti e capigliatura di colore rosso, si dimostrò giocatore di buon livello e fu tesserato dal Manchester United nel 1963. Esordì nella squadra che fu di Best, Law e Charlton nella stagione 1968/69, togliendosi anche lo sfizio di segnare un gol decisivo contro l’Anderlecht per il passaggio del turno in Coppa dei Campioni. Chiusa l’esperienza britannica nel 1973 con 39 presenze e 4 gol complessivi, firmò per il Bologna con cui però – complice il servizio militare – avrebbe messo insieme appena due presenze senza reti.  Nonostante lo scarso impiego, Sartori può vantarsi di essere stato… campione del mondo; nello stesso 1973, infatti, il mediano di origine trentina fu aggregato alla nazionale militare per il 26° campionato militare internazionale che si disputò in Congo. La compagine azzurra si classificò prima in un raggruppamento che comprendeva Costa D’Avorio, Congo, Iraq e Kuwait. Il rosso centrocampista disputò appena quattro minuti nella gara d’esordio contro gli ivoriani (entrato al 46’, uscì al 50’ sostituito dal lecchese Perego) ma tanto gli bastò per potersi fregiare del titolo, in compagnia di future eccellenze del calcio nazionale come Bordon, Oriali, Furino, Graziani e Vavassori. Dopo la difficile esperienza felsinea, la sua carriera si articolò in B e in C con le maglie di Spal, Benevento, Lecce (ben 100 presenze condite da 10 gol in giallorosso per lui), Rimini e Trento. Terminata la carriera agonistica, nonostante gli fosse stato proposto di rimanere nell’ambiente, preferì tornare a Manchester per mandare avanti l’impresa di affilatura di coltelli avviata dal padre. Andato recentemente in pensione, lo United ha ricordato tramite il proprio sito web le sue gesta come “primo italiano del club” (nonché primo non-britannico) in occasione dell’acquisto di Darmian nel 2015.

Michele Vitulano, 07/12/1951, Manfredonia (FG), attaccante. Fu portato in Italia dal Perugia dopo aver vestito, dal 1967 al 1973, la maglia del Temperley con discreto profitto (102 gare, 40 reti). Due anni con la maglia dei Grifoni, con dodici presenze e quattro gol il primo anno  e una “comparsata” nell’anno della prima, storica promozione in A fatta di sette gettoni e una segnatura. Non confermato per l’avventura nella massima serie, finì in C alla Salernitana nel 1975. In un anno mise insieme ben 16 gol in 35 partite, che gli valsero la chiamata dell’ambizioso Livorno. All’ombra dell’Ardenza, Vitulano diventerà un vero e proprio idolo totalizzando 115 apparizioni e 31 marcature, tra cui quella decisiva nel sentitissimo derby contro il Pisa dell’aprile 1979. Attaccante generoso in campo e persona schiva al di fuori, avrebbe messo radici nella città labronica sino al febbraio 2009, anno della sua morte per arresto cardiaco mentre praticava footing. Rivestì anche degli incarichi nel settore giovanile della società presieduta da Spinelli. Dopo la sua dipartita è stato organizzato un memorial che porta il suo nome rivolto alla categoria Allievi Nazionali, che vede protagoniste diverse squadre di spessore nel panorama calcistico italiano. Una curiosità: era il papà di Carina, apprezzato arbitro internazionale nel calcio femminile.