Rispetto a tanti altri sport, il calcio si è distinto per la propria capacità di attirare a sé le masse; ciò non è chiaramente sfuggito a chi di queste masse cerca il consenso, vale a dire coloro che vivono di politica. Succede così che se il secolo in cui lo sport – e, per l’appunto, il calcio in particolare – raggiunge un livello di sviluppo elevatissimo è lo stesso in cui si intrecciano conflitti e regimi totalitari, essere uno sportivo professionista può generare beneficio quando le cose vanno bene ma, allo stesso modo, divenire una condanna nel caso in cui queste cambino in negativo.

Prendiamo, ad esempio, il caso della Repubblica Democratica Tedesca, meglio nota come Germania Est. La sua nascita fu la diretta conseguenza dell’indebolimento politico della Germania unificata dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale e del successivo inizio della Guerra Fredda che per decenni divise – non solo ideologicamente – l’Occidente capitalista dall’Oriente (inteso come Est europeo) comunista. Nata sotto l’egida dell’Unione Sovietica, nonostante una struttura non monopartitica rispetto a quanto accadeva in altre realtà di regime, la Germania Est conservava i metodi autoritari tipici delle dittature nel caso di mancato rispetto di leggi spesso impopolari e orientate al solo mantenimento del controllo sui cittadini.

Il continuo espatrio di vere e proprie masse che si dirigevano verso Ovest alla ricerca di condizioni di vita migliori portò il governo guidato dal partito del SED a istituire un vero e proprio blocco delle frontiere nel 1961, in base al quale venne abrogato il diritto di espatrio che fu ribattezzato come “fuga dalla repubblica”. Chi avesse tentato di varcare i confini tedesco-orientali in paesi non facenti parte del Patto di Varsavia sarebbe incorso in pesanti conseguenze dal punto di vista penale, come la possibilità di venire condannati a diversi anni di carcere.

 

Nella DDR di quegli anni chi praticava sport ad alto livello poteva considerarsi un privilegiato. Il calcio tedesco orientale, per quanto capace di produrre talenti, veniva fondamentalmente trattato come un vero e proprio giocattolo dai dirigenti federali che muovevano i calciatori come pedine alla ricerca del proprio tornaconto personale. Lo status superiore a quello dei “comuni mortali” non poteva quindi bastare nel momento in cui un giocatore di talento veniva comunque trattato come un burattino da personaggi come il bieco Erich Mielke, comandante in capo della Stasi, la polizia di stato della Germania Orientale.

Il livello tecnico della DDR non era malvagio, tanto che in quegli anni il calcio tedesco orientale seppe ottenere dei risultati confortanti: su tutti spiccano l’affermazione del Magdeburgo nella Coppa delle Coppe nel 1974, la partecipazione con annessa vittoria contro i cugini della Germania Ovest nei mondiali disputati proprio in terra tedesca occidentale in quello stesso anno e le quattro medaglie olimpiche – due bronzi, un argento e un oro – vinte in varie edizioni delle Olimpiadi dal 1964 al 1980. Nonostante questo, la politica di gestione accentratrice incoraggiata da Mielke portò presto allo sfascio il calcio tedesco orientale, con le sue “marionette” desiderose di cambiare aria al pari di quanto accadeva per la gente del popolo.

Due casi in particolare furono emblematici per ciò che riguarda la durezza del sistema politico tedesco orientale nei confronti dei calciatori dissidenti: quello di Eigendorf e quello del terzetto della Dinamo Dresda Kotte, Müller e Weber. Per quanto l’attenzione di questo pezzo verrà focalizzata sui secondi, è doveroso accennare alla storia del primo.

Eigendorf, talentuoso centrocampista della Dinamo Berlino, non fece ritorno in patria dopo una trasferta dei suoi in Germania Ovest, in occasione di un’amichevole contro il Kaiserslautern. La cosa mandò Mielke su tutte le furie, ma nemmeno il potere di cui disponeva poté valere a impedire che il suo ex giocatore prendesse la strada della Bundesliga con lo stesso Kaiserslautern prima e con il Braunschweig poi. Eigendorf rimase comunque sotto sorveglianza da parte delle spie tedesco orientali, arrivando inconsapevolmente a stringere amicizia con alcune di loro; nel marzo del 1983 il calciatore nato a Brandeburgo morì in un incidente stradale e il caso fu archiviato come morte per guida in stato di ubriachezza. Alcune scoperte successive avrebbero dato la percezione che potesse esser stato perpetrato un complotto ai suoi danni e che l’ubriachezza fosse stata provocata da quelle spie a cui egli si era avvicinato. Nonostante il forte sospetto di un suicidio “indotto” il caso non sarebbe mai stato riaperto.

Il Fall Weber/Kotte/Müller, cioè l’autunno di Gerd Weber, Peter Kotte e Matthias Müller, fu un caso dalle conseguenze meno tragiche ma ugualmente drammatico per via della “tolleranza zero” mostrata dal regime. Essendo ancora in Guerra Fredda lo spionaggio conosceva i propri massimi storici e i giocatori, oltre a venire reclutati come “collaboratori non ufficiali” del governo (lo stesso Weber lo è stato in occasione delle Olimpiadi del 1976), erano a loro volta sorvegliati in ogni loro mossa.

Alle autorità giunse così voce che i tre atleti della Dinamo Dresda, impegnati in una trasferta in Sudamerica con la nazionale, avrebbero deciso di evitare il ritorno in patria al fine di tentare di intraprendere la stessa strada che il citato Eigendorf imboccò qualche anno prima. Onde evitare che si ripetesse la storia, la Stasi provvide all’arresto di coloro che erano dei veri e propri punti di forza nel proprio club e nella rappresentativa della DDR proprio pochi istanti prima che questi prendessero l’aereo che gli avrebbe consentito di lasciare per sempre i confini nazionali.

Emerse successivamente, tuttavia, una nuova verità che fece prendere una piega diversa alle storie dei protagonisti, accomunati solo dalla scontata interruzione dell’attività calcistica a livello professionistico. Weber, infatti, sembrava in procinto di dover firmare per il Colonia, ma dei tre era l’unico ad avere in programma un trasferimento all’estero. Kotte e Müller, a quanto pare, erano conniventi con il compagno ma non colpevoli di tentato espatrio, ragion per cui le pene nei loro confronti furono, per così dire, più “morbide”.

Kotte, di ruolo attaccante con ventuno presenze e tre gol in nazionale nel proprio curriculum, dovette smettere di giocare nelle categorie professionistiche. Nel 1981/82 vinse il suo primo campionato da dilettante in terza serie con la maglia del BSG Fortschritt Neustadt ; la seconda serie del campionato della DDR, tuttavia, era già da considerarsi vero e proprio professionismo, ragion per cui non poté prendervi parte. L’immediata retrocessione della squadra del quartiere di Dresda permise a Kotte tornare in campo nella stagione 1983/84, ma un gravissimo infortunio al perone – si parlò addirittura di possibile amputazione della gamba, poi fortunatamente scongiurata – lo portò al ritiro forzato a soli 29 anni. Dopo aver intrapreso la carriera di allenatore in squadre dilettantistiche della Germania Orientale, Kotte fu riabilitato e tornò alla Dinamo Dresda nel 2001 come allenatore delle giovanili. Nel 2002 divenne membro onorario del club.

Anche al terzino Müller –  astro nascente del calcio tedesco orientale con quattro presenze in nazionale – fu consentito di proseguire la carriera calcistica a livello dilettantistico, giocando sino al 1990 con le maglie di Meißner SV 08, BSG Fortschritt Neustadt (dove fu nuovamente in squadra con Kotte), FSV Glückauf, STG Elsterwerda e infine nel Tennis Borussia Berlino. Come l’ex compagno  divenne a sua volta allenatore una volta appesi gli scarpini al chiodo, guidando il SV Wesenitztal e il Bischofswerdaer FV.

A Weber, come detto, andò peggio di tutti. Malgrado una carriera in cui seppe dare lustro alla propria rappresentativa in ambito internazionale più di quanto non fecero gli altri due (fu medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1976 e autore di 5 gol in 33 gare con la maglia della DDR), finì in carcere scontando per intero la pena prevista di sette anni e sette mesi, a dispetto dei quattro appelli di clemenza inoltrati alla Federcalcio della DDR che vennero puntualmente respinti. Fu costretto a interrompere gli studi di insegnante di educazione fisica e a rinunciare a un master per perfezionare l’attività di meccanico, professione questa che gli permise di ottenere un diploma dopo alcuni anni di lavoro in un’officina.

Nell’agosto del 1989, quando – sebbene per poco – l’espatrio rappresentava ancora un reato, approfittò insieme alla famiglia dell’apertura delle frontiere da parte dell’Ungheria, fuggendo in quest’ultima per poi riparare in Germania Ovest; qui si affermò come impiegato nel campo dell’industria automobilistica dopo aver trovato dei lavori saltuari come piastrellista e muratore nel suo primo periodo post-carcere. Ormai attempato per fare il calciatore, trovò comunque un ingaggio nel modesto SV Oberweier, in cui militò per tre anni. Successivamente allenò i dilettanti dell’ SV Haslach per un breve periodo.

Le ultime notizie sul suo conto lo danno come stabilito nel comune di Friesenheim, piccolo centro di circa 13mila abitanti nel sud-ovest della Germania. A dispetto dei propri annosi problemi a un ginocchio non ha ancora abbandonato il terreno di gioco: la sua ultima squadra, l’Oberweier, lo vede ancora correre dietro ad un pallone nella squadra amatoriale composta dalle vecchie glorie del club.

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