Come nella gran parte della macchia mediterranea, anche in Sardegna vi sono delle zone rinomate per la coltivazione di arance. La località di Muravera in particolare gode di un’ottima fama riguardo alla produzione del gustoso agrume, al quale annualmente viene dedicata una sagra che si svolge nei primi giorni della stagione primaverile.
L’arancia è un frutto tanto saporito quanto comune, ma una di queste in particolare resterà per sempre nella storia di una società di calcio e si sarebbe rivelata particolarmente indigesta: nel 1976/77 il Cagliari guidato da Lauro Toneatto dovette, infatti, dire addio alla Serie A per colpa dell’uso improprio che un tifoso fece del frutto che – secondo logica – era destinato a fargli da merenda.
Ripercorriamo i fatti con ordine: dopo dodici anni di serie A nei quali ebbe modo di ottenere anche uno storico scudetto, il Cagliari retrocesse in B. Fu l’epilogo amaro di un biennio difficile dopo i tanti trionfi e le tante soddisfazioni regalate ai tifosi isolani nel precedente decennio nella massima categoria. La stagione 1976/77, la prima in cadetteria dopo tanto tempo, poteva essere l’occasione per un immediato riscatto e per l’apertura di un nuovo ciclo dopo quello meraviglioso di Riva e Nené, di Cera e Martiradonna.
La squadra contava molti reduci dell’anno precedente, perlopiù giovani in cerca di affermazione come Copparoni, Lamagni, Quagliozzi e la coppia di attaccanti tutta sarda Virdis-Piras; a loro andavano ad aggiungersi gli ultimi superstiti scudettati come Tomasini, Brugnera e quel Riva ormai inabile a una ripresa dell’attività agonistica. Il resto della squadra era composto da ragazzi con discreta esperienza come Roffi, Longobucco e Gregori e da acquisti di categoria quali Corti, Ciampoli, Casagrande, Roccotelli e Ferrari. Un buon mix che avrebbe dovuto garantire un campionato di vertice, e così effettivamente fu.
La squadra veleggiò per tutto il torneo nelle posizioni di alta classifica e avrebbe conosciuto l’immediato ritorno in A se non fosse per quello che viene ricordato come il cosiddetto episodio dell’arancia di Cannito. Era il 20 marzo del 1977 e al Sant’Elia era ospite il Lecce, squadra coriacea di medio-alta classifica; arbitro della gara era Rosario Lo Bello, figlio di quel Concetto che con la sua direzione di Juve-Cagliari 2-2 nella stagione dello scudetto rischiò di far saltare più di una coronaria ai tifosi sardi.
Il primo tempo si concluse sul risultato di zero a zero. Cannito, ventunenne centrocampista dei pugliesi nel mirino dell’Inter, si avvicinò al direttore di gara per chiedere spiegazioni riguardo a un giallo comminatogli nel primo tempo; in quella, un’arancia scagliata dagli spalti da parte di un tifoso mai identificato, colpì il giocatore in pieno volto, tra il naso e l’occhio, facendolo addirittura sanguinare e costringendolo al ricovero in ospedale.
Nel 2011, in occasione di un’intervista rilasciata al noto quotidiano locale “L’Unione Sarda”, Cannito avrebbe affermato che quell’arancia fosse verosimilmente destinata a Lo Bello piuttosto che a lui; sta di fatto che nel secondo tempo il tecnico giallorosso Mimmo Renna fu costretto a mandare in campo al suo posto il compianto Michele Lorusso, che perì di incidente stradale nel 1983 in compagnia di Ciro Pezzella, altro protagonista leccese di quella gara.
Su questo tragico episodio è doveroso riportare una nota a margine: sarebbe stato proprio un turbolento ritorno in aereo da Cagliari a provocare nei due sfortunati calciatori la paura di volare, a seguito della quale avrebbero scelto negli anni a venire di avvalersi di altri mezzi per raggiungere la squadra in trasferta. Un viaggio in auto da Lecce a Bari per prendere il treno che li avrebbe condotti a Varese si sarebbe rivelato fatale per entrambi, con il resto della squadra che arrivò a destinazione sano e salvo per mezzo di un regolare volo aereo.
Tornando alla partita, non fu certo tra le più spettacolari che si ricordino: il gioco stagnava da entrambe le parti, ma Toneatto ebbe il merito di azzeccare la sostituzione dell’attaccante Ferrari con il giovanissimo Bellini, che decise la partita con una marcatura a tre minuti dalla fine.
Il fattaccio legato all’arancia, però, non poteva passare sotto silenzio e già dopo il triplice fischio era forte il sentore che l’1-0 maturato sul campo venisse ribaltato in uno 0-2 a tavolino dal Giudice Sportivo. Quest’eventualità si tramutò in realtà qualche settimana più tardi e, a causa di un sostenitore non esattamente civile, il Cagliari perse due punti che si sarebbero rivelati decisivi verso la corsa alla promozione.
Il Vicenza, trascinato dai gol dell’astro nascente Paolo Rossi, vinse il campionato con 51 punti; il Cagliari, senza il caso-Cannito, di punti ne avrebbe fatti altrettanti, ma essendosi fermato a quota 49 arrivò a pari merito con Pescara e Atalanta: la presenza di tre squadre per due posti disponibili per il ritorno in A avrebbe comportato un’ulteriore coda del campionato cadetto, sotto forma di spareggi con la formula a dir poco discutibile di un triangolare da disputarsi in campo neutro.
I rossoblu avrebbero dovuto giocare per primi: impattarono 0-0 contro il Pescara a Terni (con il Liberati stracolmo di tifosi abruzzesi) e vennero sconfitti a Genova dall’Atalanta per 2-1, in riserva di energie e con un Copparoni fatto rientrare all’ultimo momento dal Libano – dove era impegnato con la nazionale militare – a causa dell’infortunio del sostituto Corti.
La classifica parziale diceva quindi che il Cagliari aveva un punto dopo due partite, il Pescara idem ma dopo una sola gara giocata e l’Atalanta i due punti maturati dalla vittoria contro i rossoblu. Restava da giocare solamente la gara di Bologna tra Atalanta e Pescara, in cui un pari avrebbe fatto felici ambedue le squadre. Finì, manco a dirlo, zero a zero in una partita che, com’era prevedibile, non conobbe alcun picco di agonismo.
Il Cagliari, beffato da un’arancia e da un calendario-spareggi malevolo, dovette dire addio ai sogni di un immediato ritorno in A nonostante i punti maturati sul campo fossero gli stessi della squadra che aveva vinto il campionato. La promozione sarebbe arrivata solamente due anni dopo, nel 1978/79: nel Cagliari-Lecce disputato durante quella stagione, Cannito non prese nessun tipo di arancia sul viso e la partita finì 5-1 per i rossoblu, che arrivarono nella massima serie con una giornata d’anticipo.
E Atalanta e Pescara? La prima, salvatasi brillantemente nella stagione precedente, retrocesse dalla A per via della differenza reti, mentre la seconda, che nel 1977/78 tornò in cadetteria in modo piuttosto inappellabile, riuscì a centrare una nuova promozione grazie alla vittoria contro il Monza in un nuovo spareggio, stavolta in gara secca. Fu vera gloria solo in parte: nel 1979/80 una nuova retrocessione attendeva gli adriatici, mentre i rossoblu avrebbero ottenuto un dignitosissimo nono posto finale.











Commenti
Sono di Cagliari, è stato molto facile!
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