Se voi, da tifosi, vedeste un giocatore della vostra squadra calciare una punizione verso la propria porta, come reagireste? Probabilmente sbraitereste contro di lui dandogli del pazzo e non capendo per quale motivo questi abbia deciso di regalare un gol alla squadra avversaria, arrivando magari a ipotizzare, insieme al vostro vicino di posto, il coinvolgimento dello stesso calciatore in pratiche legate al calcioscommesse o alla compravendita di partite.

In questo caso, sareste in torto marcio, per quanto probabilmente in buona – e abbondante – compagnia. Il vostro sarebbe un errore nel quale caddero anche i tifosi dell’Independiente durante la partita che la squadra di Santa Fe vinse per 0-2 in casa del Temperley nel giorno dell’Immacolata del 1983.

I fatti andarono in questo modo: Clausen, difensore dell’Independiente, batté un calcio di punizione in direzione del proprio portiere, l’uruguaiano Carlos Goyén;  questi, tuttavia, fu distratto dal lancio di oggetti al suo indirizzo da parte dei tifosi avversari, così da non avvedersi della battuta da parte del compagno, con il pallone che andava dritto verso la porta sguarnita.

Nonostante lo spavento e la costernazione dei tifosi e dei calciatori dell’Independiente, Goyén non si scompose e, con estrema calma e una lentezza addirittura esasperante, raggiunse il pallone appena un attimo prima che varcasse la linea di porta. La cosa indispettì non poco gli stessi sostenitori de Los Leones, che pensando a uno scherzo di dubbio gusto non furono certamente teneri con il proprio estremo difensore.

Dal canto suo Goyén, a bocce ferme, motivò negli spogliatoi tanta flemma dicendo ai giornalisti: “Il calcio di punizione diretto può essere trasformato in gol solo A FAVORE della squadra che lo batte: potete controllare, è nella regola 13”. Effettivamente, la regola numero 13 del regolamento del gioco del calcio, recita testualmente: “Il calcio di punizione diretto - IL PALLONE ENTRA IN PORTA • se un calcio di punizione diretto è calciato direttamente nella porta avversaria, la rete è valida; • se un calcio di punizione diretto è calciato direttamente nella propria porta deve essere accordato un calcio d’angolo alla squadra avversaria.”. Nel peggiore dei casi, quindi, Goyén avrebbe dovuto dire ai propri compagni di piazzarsi adeguatamente per difendersi da un tiro dalla bandierina.

Nella circostanza, Goyén ricevette i complimenti dei giornalisti per la propria cultura in termini di regolamento, tutt’altro che scontata anche per ciò che riguarda i calciatori professionisti. Ex giocatore di basket e nazionale della Celeste, l’estremo difensore avrebbe totalizzato con i “rossi” argentini ben 210 partite in cinque stagioni, dal 1981 al 1986. La partita citata contro il Temperley fu l’anticamera verso la vittoria del Metropolitano 1983, vale a dire il campionato argentino con la formula dell’epoca.

La curiosità generata dall’episodio spinse i giornalisti argentini di allora a riesumare un aneddoto altrettanto particolare, verificatosi nei primi anni Sessanta ad opera di un personaggio più unico che raro. Si trattava di Pepe Peña, giornalista sportivo che ebbe una brevissima esperienza come allenatore dell’Huracan nel 1961.

L’interregno di Peña come tecnico della squadra di Buenos Aires durò appena tre partite, ma nonostante ciò egli trovò il modo per distinguersi a dispetto dei modesti risultati ottenuti sul campo. Fu egli stesso, in una circostanza, a chiedere ai propri giocatori di sfruttare a proprio favore la regola numero 13, calciando volontariamente in porta in modo da far credere agli avversari di aver provocato un’autorete, mentre il direttore di gara avrebbe, per l’appunto, dovuto assegnare un calcio d’angolo.

Le conseguenti proteste dei giocatori della squadra antagonista avrebbero dovuto portare, nelle idee del mister argentino, a provocare una perdita di tempo se non addirittura un’espulsione tra le loro fila. Tuttavia ci fu chi, davanti a tale scenario, sollevò un’obiezione: e se neanche l’arbitro conoscesse la regola? Peña, perplesso, glissò: “va bene, lo faremo la prossima volta”.

Nonostante la sua parentesi nelle vesti di trainer sia stata brevissima, Peña ha saputo regalare diversi aneddoti ai suoi colleghi giornalisti di allora. In particolare la sua vena tagliente, le sue bislacche idee sulla preparazione tattica e atletica in vista delle partite e la continua ricerca di escamotage consentiti – o forse sarebbe meglio dire “non impediti” – dal regolamento avevano fornito ulteriore spessore al personaggio, già di per sé singolare nel suo percorso professionale.

Ironico e tagliente nella sua veste di opinionista sportivo, Peña iniziò a fare il giornalista a ben trentasei anni d’età e si affacciò al mestiere di tecnico – rinunciando alla propria scrivania presso la redazione della rivista El Gráfico – appena cinque anni dopo e senza alcuna esperienza precedente come uomo di campo. Celebre una sua sparata, dopo aver ottenuto l’incarico di guidare l’Huracan: “la mia squadra formerà il telaio di base della nazionale argentina durante i mondiali cileni del 1962”. I fatti diranno che dei giocatori da lui allenati sarebbe stato convocato solamente il difensore Vladislao Cap, che però nel mentre era passato al River Plate.

In realtà, nonostante la competenza calcistica di cui era accreditato e le sue idee – perlomeno sulla carta – rivoluzionarie, la sua esperienza come allenatore non fu certo delle più felici: perse la prima partita contro il San Lorenzo per 2-5, subendo cinque reti nella prima ora di gioco e salvando la faccia solamente a risultato compromesso. Nella seconda partita riuscì a strappare un 2-2 contro il Velez, ma dopo la terza gara, un 2-4 subito a opera dell’Atlanta, rassegnò le dimissioni e decise di chiudere definitivamente con la professione di allenatore, passando dalla panchina agli studi radiofonici e televisivi.

La sua prima gara ufficiale, disputata per l’appunto contro il San Lorenzo de Almagro, regala almeno due perle degne di nota. I rossoblu potevano schierare al centro dell’attacco uno dei migliori attaccanti sudamericani dell’epoca, José Sanfilippo, del quale Peña qualche tempo prima scrisse: “gioca come se si trovasse dentro la guardiola di un cantoniere con una canna da pesca in mano”, in evidente riferimento a una sua presunta scarsa vena pugnace. In tutta risposta, Sanfilippo trafisse per due volte la difesa della sua squadra, al 10’ e al 40’ del primo tempo. Presentatosi alla stampa al termine della partita, Peña dovette subire l’inevitabile domanda: “Se è vero che Sanfilippo gioca come un cantoniere nella sua guardiola con la canna da pesca, com’è che ha fatto due gol?”. “Perché io non giocavo”, rispose il tecnico dell’Huracan con il consueto sarcasmo.

Singolare fu anche la preparazione di quel match. Molti anni dopo quell’esperienza, Peña avrebbe confidato quanto segue: “Prima della sfida contro il San Lorenzo insistei sull’importanza di alcune giocate d’attacco. Presi a me l’ala destra e gli dissi che al primo calcio d’angolo a favore avrebbe dovuto piazzarsi davanti al portiere avversario e fissarlo dritto negli occhi, senza fare altro, disinteressandosi del pallone. Uno degli avversari, il portiere stesso o un suo compagno, l’avrebbe spinto per spostarlo via e a quel punto avrebbe dovuto buttarsi per terra in modo da farsi concedere il rigore. Iniziò il match e le cose andarono esattamente come previsto, il mio giocatore fissò il portiere, venne spinto via ma nonostante questo non si buttò a terra. Niente rigore e, dopo quell’episodio, il San Lorenzo dilagò. Una volta tornato nello spogliatoio gli chiesi perché non si era buttato per terra e lui rispose che davanti a sé, in campo, c’era una pianta di cardi selvatici spinosi, che lo fecero desistere dal proposito di cadere proprio in quel punto. Capite? Cardi!”.

In una delle sue ultime interviste, Peña si descrisse così: “Mi hanno sempre dato del pazzo, ma credo che la gente abbia paura di vivere, di lasciare qualcosa che già conosce, come una donna o un lavoro. Ognuno è concentrato a mantenere ciò che ha, certi atteggiamenti si fanno via via più tiepidi. Niente proteste, nessuna rinuncia. Io sono fatto in altro modo, ogni volta che qualcosa non mi va a genio, vado via.”. Il giornalista-allenatore sarebbe scomparso nel 1980 dopo essere diventato, tra le altre cose, capo delle Pubbliche Relazioni dell’Adidas.

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