Quando i cosiddetti episodi “da libro Cuore” si verificano in uno sport tutt’altro che privo di malizie come il calcio trovano sempre una grande eco. Molti appassionati ricorderanno ancora quella volta in cui Paolo Di Canio, allora stella del West Ham, si accorse che il portiere avversario si trovava a terra dolorante e bloccò con le mani un cross che chiedeva solo di essere girato verso la porta; oppure di quando il terzino juventino Pessotto, nonostante la sua squadra perdesse uno scudetto sotto il diluvio di Perugia, ebbe l’onestà di ammettere di aver toccato per ultimo il pallone con l’arbitro Collina pronto a decretare un fallo laterale in zona d’attacco in favore di bianconeri.
A questi casi in cui l’onestà degli interessati risulta evidente si contrappongono tuttavia altri fatti in cui la volontà di far del bene è solo presunta ma non apertamente dichiarata; certi aneddoti, se mai realmente chiariti del tutto, rischiano così di diventare delle vere e proprie leggende, complice la patina del tempo che finisce con l’offuscarne i dettagli.
Succede così che l’otto gennaio del 1961, quando una Fiorentina in un’anonima posizione di metà classifica ospita in casa propria la capolista Inter, venga fuori una storia intrisa di colpi di testa – intesi come pazzie e non come gesti tecnici – da parte di alcuni dei giocatori in campo, di protagonismi arbitrali, di malumori di dirigenti e tifosi e, per l’appunto, di presunti gesti di fair play il cui nobile intento sarebbe tutto da verificare.
Al “Comunale” di Firenze l’arbitro è il siciliano Concetto Lo Bello, uno dei più grandi direttori di gara italiani di ogni tempo, ancorché talvolta fin troppo… amante dei riflettori. Il primo tempo, nonostante una Fiorentina volenterosa e un’Inter che ha dovuto ringraziare in diverse circostanze il proprio portiere Buffon, non ha regalato ai presenti grosse emozioni, terminando a reti bianche.
Nella ripresa, dopo sette minuti, il centravanti viola italo-brasiliano Da Costa sfrutta nel migliore dei modi un filtrante della mezzala Milan e, dall’altezza del dischetto del rigore, piazza con il piatto una conclusione rasoterra che batte l’estremo difensore interista, sancendo l’1-0 per la Fiorentina.
La reazione dell’Inter non è delle più veementi, gli unici fatti degni di nota sono un velleitario tiro di Corso facilmente bloccato da Sarti e un clamoroso fallo di Micheli ai danni del centravanti nerazzurro Angelillo, steso a dieci metri dall’area di rigore mentre puntava dritto verso la porta (al tempo non esisteva la norma che prevedeva l’espulsione di un giocatore nel caso in cui questi, da ultimo uomo, fermasse irregolarmente un avversario lanciato a rete). Troppo poco, tuttavia, per legittimare le pretese di un pari da parte dei primi in classifica.
Arriva però il minuto 74: Bicicli calcia un corner verso l’area di rigore, Lo Bello nota una veniale trattenuta dell’ala gigliata Petris ai danni del mediano interista Bolchi e decide di fischiare un calcio di rigore quantomeno opinabile. Sul dischetto si presenta lo svedese Lindskog, che trasforma firmando così l’1-1.
Le polemiche del pubblico di fede viola, già accese dopo la trasformazione del rigore, si fecero roventi in seguito all’episodio che si sarebbe verificato di lì a pochi minuti. Petris, indispettito dalla decisione di Lo Bello, cinturò platealmente un sorpreso Angelillo sotto gli occhi dell’arbitro di Siracusa: “Guardi, anche questo è rigore?”, chiese con tono di sfottò l’ala della Fiorentina all’indirizzo del direttore di gara. Lo Bello, che evidentemente nell’occasione non brillò per senso dell’umorismo, rispose “Sì che è rigore, e la mando anche fuori”. Morale della favola, rosso a Petris e Lindskog nuovamente sul dischetto, con i tifosi viola inferociti nei confronti della giacchetta nera.
Lindskog, nonostante la proverbiale freddezza degli scandinavi, accusò il momento e, pur spiazzando Sarti con una finta, sbagliò l’effetto da dare al pallone calciando così abbondantemente a lato. L’apparente “sacrificio” compiuto dall’interno svedese fu particolarmente apprezzato sulle gradinate, che scoppiarono in un fragoroso applauso. Montuori, capitano viola, strinse la mano al proprio avversario complimentandosi con lui per la propria sportività. Le polemiche non si erano tuttavia completamente sedate: il presidente della Fiorentina Befani e il suo consigliere Garulli, entrati in campo dalle tribune per protestare contro la direzione di gara, furono perentoriamente allontanati da Lo Bello, che di lì a poco fischiò la fine dell’incontro.
Al suo arrivo all’imbocco del tunnel che conduce agli spogliatoi, poco prima che salisse sull’auto che lo attendeva fuori dallo stadio pronta a scortarlo alla stazione di San Giovanni Valdarno, il fischietto siracusano venne comunque “beccato” dai tifosi toscani, che contestualmente apostrofarono i nerazzurri scandendo il coro “ladri, ladri”. Magicamente, al passaggio di Lindskog, la contestazione si placò.
Fu vera gloria? Al termine della gara il giocatore interista affermò in realtà di essersi sentito tutt’altro che tranquillo data la situazione e ammise l’errore tecnico precisando che la sua volontà fosse quella di segnare. La bionda mezzala nerazzurra preferì quindi rifuggire i panni del gentiluomo per vestire quelli a lui più consoni del professionista. Lindskog morì nel 2008 e di fatto non ritrattò mai la versione dei fatti fornita nell’immediato post-partita.
Un’altra cosa che non si saprà mai è se quel rigore avrebbe o meno inciso sul prosieguo del campionato. A soffermarsi sulla classifica finale, si direbbe di no: l’Inter sarebbe calata di rendimento chiudendo il campionato al terzo posto con 44 punti, mentre si sarebbe verificato il prepotente ritorno della Juve che, ferma a 17 punti in quell’8 gennaio 1961, sarebbe stata capace di chiudere a quota 49 aggiudicandosi così il tricolore. Cinque lunghezze di distanza, considerato che allora i punti per vittoria erano due, sembrano in effetti un’enormità, ma il campionato 1960/61 viene a tutt’oggi ricordato per un avvenimento difficilmente ripetibile.
Il 16 aprile del 1961 la Juventus sfidava sul proprio campo l’Inter in occasione della ventottesima giornata di campionato. Al 30’, sullo 0-0, l’arbitro genovese Gambarotta decise di sospendere la partita per l’eccessiva presenza di pubblico intorno al campo; per quanto la cosa non costituisse pericolo, il rischio di invasione era dietro l’angolo e il direttore di gara preferì dichiarare chiuse le ostilità in quel momento.
Il regolamento, in certi casi, parla chiaro: data l’inadempienza in termini di sicurezza della squadra di casa, va assegnata automaticamente la vittoria per 2-0 a tavolino alla squadra ospite. L’Inter, a quel punto, si portò a due punti dalla Juventus e alla vigilia della trentaquattresima e ultima giornata la classifica vedeva l’Inter e la Juventus momentaneamente appaiate a quota 46 punti.
Il giorno prima del turno conclusivo del campionato, tuttavia, accadde l’incredibile: la Caf accolse il ricorso della Juventus e dispose la ripetizione della partita del 16 aprile precedente a campionato ormai concluso, in data 10 giugno. La notizia destabilizzò gli interisti, che appresero della decisione del collegio arbitrale mentre si trovavano già a Catania per disputare la trasferta in terra etnea: con il morale sotto i tacchi, la squadra di Helenio Herrera perse 0-2 contro i rossazzurri dando l’addio ai sogni di gloria – occasione questa in cui Sandro Ciotti coniò la celeberrima frase "Clamoroso al Cibali" –, mentre la Juve, a questo punto matematicamente campione d’Italia, non forzò la mano e si accontentò di un pari interno contro un Bari in disperata lotta per non retrocedere.
La decisione irritò i vertici nerazzurri al punto che il presidente della squadra meneghina Angelo Moratti dispose di mandare in campo, in occasione della gara da ripetere, una squadra di giovanissimi a titolo di protesta. Tra questi figurava Sandro Mazzola, unico tra i ragazzini milanesi a garantirsi un futuro di alto profilo; il figlio d’arte del grande Valentino segnò, su rigore, l’unico gol per i suoi, che poco poterono contro una Juventus che infierì pesantemente imponendo ai giovanotti nerazzurri un pesante passivo di 1-9.
La classifica finale di quel campionato vide quindi, come già accennato, la Juventus prima con 49 punti, il Milan secondo con 45 e l’Inter terza con 44. Con i se e con i ma non si fa certo la storia e le supposizioni, in determinati casi, diventano materiale buono per gli amanti delle ucronie, ma in un esercizio di curiosità si può provare a immaginare come sarebbero andate le cose se la Caf non avesse corretto il proprio verdetto e se, contestualmente, Lindskog non avesse sbagliato quel famoso calcio di rigore a Firenze: l’Inter si sarebbe presentata a Catania con un punto sopra la Juventus e una gara da giocare contro una squadra che non aveva niente da chiedere alla classifica, a differenza dell’avversario dei bianconeri. Scendendo in campo con un diverso atteggiamento avrebbe potuto portare a casa il tricolore a prescindere dal risultato della gara di Torino tra Juventus e Bari.
Non è dato di sapere se Lindskog avesse detto realmente la verità dopo la gara di Firenze o se l’onor di firma prima e l’oblio poi l’abbiano indotto a conservare sempre la stessa versione dei fatti durante gli anni; d’altro canto, non ci sarebbe motivo di dubitare sulle sue parole. Di certo, quel rigore “da libro Cuore” poteva spostare gli equilibri di tutto un campionato, con buona pace di coloro che quel giorno contestarono l’operato creativo di Lo Bello. Proprio per questo, a parecchi decenni anni di distanza, è affascinante anche solo immaginare la leggenda dello svedese che sbagliò di proposito, ma preferì non dirlo mai a nessuno.