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Da sempre, le parole di un campione dall’indole scomoda com’è Diego Armando Maradona hanno una cassa di risonanza particolarmente elevata, sia per la natura controversa del personaggio che per il suo “peso” all’interno del mondo del calcio; non è quindi difficile immaginare come, ai tempi in cui si trovava all’apice della carriera, ogni sua dichiarazione venisse raccolta dai giornalisti come una possibile sorgente per tutti quei fiumi di inchiostro che andavano versati settimanalmente.

Correva così la stagione 1986/87, quella del primo, storico scudetto del suo Napoli. Capita che in casa propria i partenopei guidati dal grande numero 10 argentino ospitino il piccolo Brescia duramente impegnato nella lotta per la permanenza nella categoria: è la prima giornata del girone di ritorno, gli azzurri guidati dall’ex Ottavio Bianchi si presentano da campioni d’inverno con 22 punti in classifica, l’esatto doppio di quelli raccolti dalle rondinelle che occupavano in quel momento la tredicesima piazza, l’ultima utile per la tanto agognata salvezza.

Mister Bruno Giorgi, allenatore dei lombardi, affida la marcatura della stella sudamericana al proprio stopper Alessandro Chiodini: quasi ventinovenne, alla prima vera esperienza da titolare in A, il difensore nato ad Arezzo si ritrova così ad affrontare la difficilissima sfida di limitare il miglior giocatore al mondo dopo una vita calcistica passata tra i campi delle categorie inferiori.

Ciò di cui si discusse al termine di quella gara, in cui i futuri vincitori del Tricolore l’avrebbero spuntata a fatica sui coriacei bresciani – fu 2-1 grazie al gol di Ferrara e al rigore di Giordano, inframmezzati dalla segnatura del brasiliano Branco –, non fu tanto la vittoria del Napoli che permise agli uomini di Bianchi di mantenere il primato, quanto lo speciale trattamento riservato a Maradona. L’asso degli azzurri, toccato duro, fu costretto ad uscire per infortunio al 62’ di gioco e commentò così l’accaduto, riferendosi al suo diretto marcatore: “È il peggior difensore del mondo, e non capisco proprio come possa esistere della gente che va in campo col solo scopo d’impedire a qualcun altro di giocare”. Parlava, chiaramente, di Chiodini.

L’eco di quelle parole fu particolarmente forte: Chiodini, onesto mestierante del pallone sino ad allora lontano dai riflettori, divenne suo malgrado noto alle cronache per essere ritenuto dal più grande calciatore del mondo un banale picchiatore, al punto da venir paragonato al suo aguzzino Goikoetxea, il difensore basco che in occasione di un match contro l’Athletic Bilbao ruppe ginocchio e caviglia al campione di Lanus quando questi vestiva la maglia del Barcellona.

Neanche a dirlo, il buon Alessandro si ritrovò vittima di un processo mediatico che si divideva tra i colpevolisti, vale a dire coloro che ritenevano che i grandi giocatori dovessero essere tutelati dalle “cure” spesso troppo decise dei loro francobollatori e gli innocentisti, vale a dire chi, analizzando le immagini del fallo che ha costretto Maradona ad abbandonare il campo, non intravvide nell’operato dello stopper bresciano una reale volontà di far male. Oltre alla prevedibile difesa del Brescia Calcio nei confronti del proprio tesserato, a schierarsi in favore del carneade toscano fu anche l’allora presidente dell’Assocalciatori Sergio Campana.

A voler analizzare i fatti, a tutt’oggi verificabili attraverso gli highlights della partita presenti su Youtube, si direbbe che Chiodini non agì con malizia: il pibe de oro lo puntò frontalmente e lui, saltato, era ormai intervenuto in scivolata nel tentativo di intercettare la sfera; questa fu spostata rapidamente dall’argentino, che però subì l’impatto con il piede del bresciano. Fallo evidente, quindi, ma nessuna volontarietà: come direbbero i moviolisti, appare abbastanza palese dalle immagini che Chiodini non avesse intenzioni violente nei confronti di Maradona.

Classe 1958, ex campione regionale di ginnastica artistica in tenera età, Chiodini si avvicinò al calcio a sedici anni compiuti: un incidente al tornio gli maciullò una falange e ciò lo costrinse ad abbandonare la disciplina che tante soddisfazioni gli aveva dato sino a quel momento. La sua grande fame di sport gli fece così scoprire il piacere di trovarsi con un pallone tra i piedi e fu una vera e propria folgorazione: sebbene non avesse potuto curare la tecnica negli anni in cui i bambini crescono nelle scuole calcio – cosa che avrebbe rappresentato il suo grande cruccio –, già due anni dopo si trovava a giocare con i grandi, tra i dilettanti del Bibbiena.

La sua dedizione al lavoro e la sua cultura sportiva lo portarono pian piano a scalare le categorie, arrivando in Serie D con la Cerretese nel 1977/78 e, successivamente, perdendo un’annata quando, tra Pistoiese (in B) e Cremonese (in C1) non riuscì a racimolare nemmeno una presenza. Ripartito dalla società di Cerreti Guidi che nel mentre era stata promossa in C2 riuscì a disputare tre campionati da titolare in quarta serie, conservando il  posto fisso in squadra anche nella Carrarese che lo acquistò nell’ottobre del 1980. L’ottimo rendimento gli valse la chiamata del Genoa, che decise di portarlo in A: nove presenze, un menisco rotto e occasione sfumata. Fu quindi ceduto al Brescia in C1 e, dopo una prima annata di transizione, una doppia promozione in due anni gli spalancò nuovamente le porte della massima serie.

 “Sono stato definito da Maradona il giocatore più cattivo d’Italia” – disse rabbiosamente Chiodini in un’intervista rilasciata al Guerin Sportivo nel febbraio del 1987 – “E questo mi ha ferito profondamente. E pensare che quando il signor Giorgi mi ha detto, il sabato pomeriggio, che Maradona toccava a me, mi sono sentito felice. Lui, il campione del mondo, il grande giocatore e io quasi sconosciuto alla grande platea del calcio… Pensavo già alla stretta di mano, alla maglia che mi sarei portato a casa, e invece… Ma la rabbia, che ancora non mi è sbollita, è dovuta al fatto che non pensavo minimamente che Maradona sarebbe uscito con delle accuse così cattive nei miei confronti. Ero in buona fede, lo prova il fatto che a fine partita sono andato a scusarmi con lui negli spogliatoi napoletani e le sue parole (“Sono cose che succedono, nel calcio; pazienza, grazie per le scuse”) mi avevano tranquillizzato. Mi sentivo sereno e dopo una calorosa stretta di mano non mi aspettavo minimamente quelle cattiverie”. Maradona subì effettivamente un fallo piuttosto energico  a inizio partita, ma l’autore non fu Chiodini: si trattò di Sacchetti, ex centrocampista del Verona scudettato di Bagnoli, la cui entrata fu molto più dura rispetto a quella che sancì l’uscita dal rettangolo di gioco del fantasista del Napoli.

Chiodini, che aveva come modello Vierchowod e si definì “uno che giocava ancora per hobby, niente più di un buon operaio delle aree di rigore”, viene a tutt’oggi ricordato con questa etichetta appiccicatagli ingiustamente ormai tre decenni fa: digitando su Google la chiave di ricerca “Chiodini Maradona”, la prima cosa di cui si parla è di un arcigno difensore che azzoppò il capitano della nazionale campione del mondo, bollandolo con lo stereotipo dello stopper “cattivo” anni Ottanta, tutto marcatura a uomo e scarsa capacità di trattare la palla con i piedi. Ma i numeri della carriera del difensore aretino avrebbero detto ben altro.

Nei cinque campionati che vanno al 1985 al 1990, Chiodini avrebbe messo insieme quattro espulsioni e dodici giornate di squalifica: statistiche che probabilmente non si addicono a un finisseur del pallone, ma assolutamente nella norma se pensiamo che si parla di un difensore impiegato costantemente come titolare che ha svolto la propria attività in un periodo storico in cui il numero 5 aveva la sola funzione di seguire in ogni parte del campo l’attaccante avversario più pericoloso. Niente a che vedere con i Pasquale Bruno o con i Paolo Montero, insomma.

Chiodini avrebbe giocato nel Brescia – incredibilmente retrocesso all’ultima giornata al termine di quel campionato – sino alla stagione 1988/89. L’anno dopo passò all’Ancona, dove conobbe la sua ultima stagione in B. Passato in un Como che cercava – invano – l’immediata risalita dopo essere precipitato dalla A alla C1 in due anni, avrebbe terminato la propria carriera nel 1994 dopo un biennio al Siena. Le ultime notizie sul suo conto riportano di una sua esperienza nel 2010 come allenatore del Battifolle, squadra dei dilettanti toscani nelle cui fila ha militato il figlio secondogenito Alessio, difensore come il papà.

Per la cronaca, dopo quella prima giornata di ritorno, il campionato avrebbe affrontato una domenica di pausa, per poi riprendere due settimane dopo. Maradona fu regolarmente in campo contro l’Udinese e risultò decisivo per il risultato finale di 3-1 siglando una doppietta, a dimostrazione che l’infortunio subito non fu niente di più grave di un normale contrasto di gioco. Successivamente a quel pomeriggio in cui si sfidarono gli antipodi, il fuoriclasse amante della notorietà e il difensore di provincia tutto grinta e sudore, il nome di Chiodini sarebbe ritornato a essere uno dei tanti, quello di una figurina Panini che bisogna trovare se si vuol completare l’album. E sicuramente, lui preferisce così: sempre meglio che essere – immeritatamente – ricordati come il Goikoetxea italiano.