Una cosa che rende unico il calcio è la capacità di regalare aneddoti incredibili in qualsiasi lato del pianeta esso venga giocato, anche e soprattutto dove viene disputato a livelli non professionistici,non dovendo fare i conti con l’ansia e la pressione tipiche dei campionati più quotati. Noi europei siamo peraltro prevalentemente portati ad applicare una sorta di “snobismo” calcistico che, eccezion fatta per alcuni campionati sudamericani, ci induce a pensare che una storia di sport possa essere raccontata solo se questo è disputato ad alto livello.
Per ragioni socio-economiche note pressoché universalmente, l’Africa è indiscutibilmente svantaggiata in tal senso. Spesso foriero di racconti che hanno come oggetto il riscatto di chi è riuscito a sfondare – o quantomeno a diventare un professionista – nel cosiddetto “calcio che conta” partendo dalla più estrema delle povertà, il calcio del Continente Nero è tuttavia in grado di regalare anche vicende singolari e bizzarre, con sfumature divertenti e di certo difficilmente ripetibili che vanno oltre cliché ormai più che sviscerati. Il motivo di ciò, probabilmente, va ricercato nella volontà di saperlo vivere ancora come un gioco piuttosto che come un insieme di interessi.
In realtà, la storia in questione non si svolge in quelle nazioni dell’Africa Nera maggiormente note ai calciofili per le loro frequenti partecipazioni ai campionati del mondo quali Camerun, Costa D’Avorio, Ghana o Nigeria; il teatro del racconto è infatti la splendida isola del Madagascar, le cui condizioni di vita sono equiparabili a quelle del resto del continente ma dalla tradizione calcistica di gran lunga inferiore: mai qualificatosi neppure per una sola edizione della coppa d’Africa, il Paese che dà il nome a una popolare saga di film d’animazione riesce raramente a produrre qualche calciatore professionista che perlopiù vivacchia nelle serie inferiori francesi.
Antananarivo, 28 ottobre 2002. Il campionato del Madagascar si accinge alla propria fase conclusiva, che prevede un mini-girone composto dalle quattro squadre meglio classificate durante la regular season. Le compagini chiamate in causa furono i campioni in carica dello Stade Olympique d’Emyrne – meglio conosciuto come SOE – , l’AS Adema, l’US Ambohidratrimo e il Domoina Soavina Atsimondrano, noto anche come DSA.
Durante la penultima giornata dei play-off il DSA e l’SOE, entrambe con 5 punti in classifica, hanno assoluto bisogno di una vittoria per arrivare all’ultima giornata in condizioni di potersi giocare le proprie carte per il titolo nazionale. In particolare, l’SOE avrebbe avuto in calendario lo scontro diretto con l’AS Adema che si trovava in testa al girone con 10 punti: presentandosi a quota 8, la squadra detentrice del titolo avrebbe avuto la possibilità di giocarsi la partita della vita nell’atto conclusivo della stagione.
Quando mancano ancora pochi minuti alla conclusione della gara l'SOE si ritrova in vantaggio per 2-1, risultato che spalancherebbe le porte alla tanto agognata prospettiva descritta poc’anzi; al minuto 89, tuttavia, arriva una decisione dubbia da parte dell’arbitro che concede un rigore ai padroni di casa del DSA, i quali trasformano dal dischetto decretando così un 2-2 finale inutile per tutti. A prescindere dal risultato dell’ultima gara da disputarsi, la vittoria del campionato era ormai appannaggio dell’AS Adema, da sempre rivale storica dell’SOE.
Nel tentativo (non riuscito) di rafforzare la propria leadership nazionale, alla vigilia del campionato l’SOE si accaparrò alcuni dei migliori elementi del calcio nazionale, tra cui il difensore Mamisoa Razafindrakoto. Nato ad Antananarivo il 13 agosto 1974, pur essendo arrivato relativamente tardi – a circa ventitre anni – a giocare nella massima serie del proprio Paese dopo gli esordi nell’AS Jirama, fu ben presto capace di distinguersi come uno dei migliori elementi del calcio malgascio, sino a divenire nientemeno che il capitano della propria nazionale.
Le 75 presenze con la maglia degli Scorpioni accumulate tra il 1998 e il 2011 ne fanno un vero e proprio monumento, una sorta di Baresi del Madagascar. In quel momento la sua popolarità era inoltre alle stelle visto che appena un mese prima, allo Stade Municipal de Mahamasina di Antananarivo, contribuì alla storica vittoria dei verdi contro l’Egitto per 1-0 grazie al gol firmato al 63’ da Haja Patrick Rajaobary.
Razafindrakoto fu indiscusso protagonista dell’ormai inutile partita di chiusura contro l’AS Adema prevista per il 31 ottobre, ma non grazie alle proprie doti tecniche. In segno di protesta contro la decisione arbitrale che compromise la conquista del titolo, congiuntamente al proprio allenatore Zaka Be, l’SOE escogitò un singolare stratagemma.
Quando l’arbitro Benjamina Razafintsalama fischiò il calcio d’inizio, l’SOE tenne il possesso di palla sino a farla arrivare a Razafindrakoto, che la scagliò verso la propria porta provocando volontariamente un’autorete. La scena si ripeté ancora, una, due, tre volte, sino ad arrivare a quota 149. Dalla panchina Zaka Be incitava i suoi a proseguire, ma a rendere ancor più surreale il tutto fu l’atteggiamento del direttore di gara che decise di non interrompere la partita ma di condurla avanti sino alla conclusione dei novanta minuti, tra lo smarrimento dei giocatori dell’AS Adema e il progressivo abbandono degli spalti da parte del pubblico che, infuriato, chiedeva il rimborso del biglietto al botteghino.
Il 149-0 finale rappresenta tuttora il massimo scarto reti tra due squadre nell’arco di una singola partita, polverizzando il precedente record di 36-0 risalente al 1885 e relativo a una gara del campionato scozzese tra Aberdeen e Bon Accord. L’atto di insubordinazione, tuttavia, scatenò l’ira dei vertici federali che non esitarono a punire i responsabili.
Zaka Be, individuato come regista della messinscena, fu squalificato per ben tre anni. Razafindrakoto fu sospeso e interdetto dall’accesso agli stadi per due mesi, al pari di altri tre giocatori: il capitano dell’SOE Manitranirina Andrianiaina, l’attaccante Nicolas Rakotoarimanana e il portiere Dominique Rakotonandrasana. Gli altri giocatori furono redarguiti senza però subire alcun tipo di squalifica. Curiosamente, all’arbitro Razafintsalama non toccò nessun genere di punizione. Nel girone conclusivo, l’SOE arrivò addirittura terzo, in virtù di una differenza reti evidentemente sfavorevole dopo la “bravata” commessa.
L’occasione perduta costò cara all’SOE, che a tutt’oggi ha come unico titolo in bacheca quello del 2001. Relativamente ai protagonisti di questa storia, la Rete non regala particolari novità riguardo al seguito della carriera del tecnico Zaka Be né degli altri giocatori coinvolti a eccezione di Razafindrakoto, che in virtù della propria carriera internazionale era il più rappresentativo dei quattro.
Il capitano della nazionale degli Scorpioni cambiò club al termine della stagione, passando all’USCA Foot nel 2006. In questo caso gli toccò curiosamente la stessa sorte vissuta quattro anni prima, quando da campione in carica perse il titolo in vantaggio dell’AS Adema. Avrebbe poi chiuso la carriera nei Japan Actuel's senza – fortunatamente per lui – ritrovarsi più al centro di altre bizzarre forme di protesta.