La frase che recita “il calcio è una forma di metafora della vita” è ormai inflazionata, ma comunque vera. Ciascuno di noi ha un talento, più o meno evidente e che spesso va coltivato, ma capita tante volte che non lo si riesca a mettere a frutto per motivi più caratteriali e ambientali che legati alle proprie reali capacità.

Il parallelo tra il calcio e la vita è proprio questo: è capitato a tutti di vedere qualcuno esprimersi in maniera mirabile all’interno di un rettangolo di gioco al punto da far esclamare: “certo che con la testa giusta, quello lì poteva arrivare veramente in alto”. La tenuta mentale coltivata di pari passo con quella fisica: quando il mix riesce, anche un giocatore dalle qualità limitate può arrivare a livelli altissimi; al contrario, non capita praticamente mai che chi ha i requisiti giusti non si lasci dietro qualche rimpianto, se i limiti fisici ma soprattutto quelli di personalità si antepongono a quelli squisitamente tecnici.

La Bundesliga degli anni Ottanta ha messo in mostra un calciatore che è stato, suo malgrado, la perfetta sintesi di questa seconda categoria di atleti; il suo nome è Reinhold Mathy e al suo talento innato non ha mai corrisposto un carattere altrettanto forte. Definito una grande promessa da due icone del calcio tedesco come Franz Beckenbauer e Udo Lattek, egli riuscì solamente a totalizzare qualche presenza nelle nazionali giovanili, ma mai a esordire nella rappresentativa teutonica. E questo, purtroppo, rappresenta solo la punta dell’iceberg.

Si diceva di Beckenbauer e di Lattek: il primo sosteneva che Mathy fosse “un talento naturale, un giovane attaccante di sicuro avvenire” e il secondo si univa al coro affermando che “a vederlo giocare, pensi che abbia già più di cinquanta presenze in nazionale”. Il suo dribbling sgusciante gli valse ben presto il soprannome di “Sardina”.

Il Bayern Monaco scovò il giovane e talentuoso Mathy tra le fila del piccolo Memmingen. Correva l’anno 1979 e il diciassettenne attaccante dovette vivere una stagione di apprendistato nelle giovanili prima di assaggiare il clima della prima squadra. Nel 1980/81 iniziò a farne parte in pianta stabile, totalizzando le sue prime tre presenze (con due reti all’attivo) in Bundesliga e potendosi così fregiare del titolo di Campione di Germania.

La stagione successiva sarebbe stata quella del vero e proprio inserimento tra “i grandi” e da lì iniziarono a emergere i tanti limiti di Mathy. All’inizio di quella che l’attaccante tedesco avrebbe più avanti definito come la “fase rosa” della sua carriera, in cui tutto sembrava possibile, i numeri non furono esaltanti: su sedici presenze spalmate in tre competizioni Mathy non andò mai a segno, ma ciò che più conta è che il giovane attaccante conobbe il significato del termine “pressione”; fu scelto da mister Udo Lattek come centravanti titolare nella finale di Coppa dei Campioni, ma la sua prestazione opaca fu ritenuta come una delle cause della sconfitta subita a opera degli inglesi dell’Aston Villa. Magra consolazione, la vittoria della Coppa di Germania in una finale che non l’avrebbe comunque visto tra i protagonisti.

Nel 1982/83 la fortuna iniziò a voltare le spalle alla “Sardina” di Memmingen, che iniziò a fare i conti con i primi infortuni di una certa serietà e dovette registrare appena dieci presenze totali per meno di trecento minuti complessivi giocati, in cui riuscì comunque a mettere a referto due gol. Le cose vanno leggermente meglio nelle due annate a venire, in cui mette a segno tredici gol in quarantasei gare complessive nei due campionati disputati dal 1983 al 1985 e riesce ad arricchire la propria personale bacheca di un’ulteriore Coppa di Germania e di un altro Meisterschale.

Nel 1985/86 – nonostante una pregevole tripletta ai danni dell’Austria Vienna in Coppa dei Campioni, le cose non migliorarono per Mathy, che tartassato dagli infortuni si limitò a due sole segnature in diciannove gare di campionato. I tanti problemi fisici iniziano a scavare un solco nell’animo sensibile del ragazzo, che in occasione della gara contro il Werder Brema tenutasi nell’estate del 1986, fu lo sfortunato protagonista di uno svenimento in campo. “Fu un collasso circolatorio” – avrebbe detto più avanti – “ma, nel complesso, si trattava di un esaurimento nervoso. Sapevo che la mia carriera era finita”.

Lattek si ritrovava così un giocatore da recuperare in toto, sia fisicamente che moralmente; i referti medici parlano di due rotture dei legamenti crociati, operazione al menisco e rottura della scapola, che hanno finito con l’incidere in modo determinante sulla muscolatura del giocatore. Inizialmente, Mathy sembrava non voler mollare: dopo un fallimentare tentativo di rientro in campo nel novembre 1986 in Coppa dei Campioni – si definì “spaesato, senza rendersi conto di dove fosse” – trascorse la lunga sosta invernale prevista nel campionato tedesco per tentare di rimettersi in sesto, salvo poi raggiungere i compagni che si trovavano in ritiro nel Bahrein.

Tutto sembrava volgere verso un lieto fine, ma ecco la sorpresa: Mathy decise di gettare la spugna, dando l’addio al calcio giocato per troppo stress. In un intervista del Guerin Sportivo N° 12 del marzo 1987, egli motivò così la sua decisione: “Basta, non ne posso più. Il pallone per me è diventato uno stress insopportabile. Prima mi divertivo, adesso sono stufo: troppi obblighi pressanti dentro e fuori il Bayern, troppi intriganti in giro. Voglio sentirmi libero e ricominciare a vivere”.

Proseguì poi aggiungendo: “È stata una fatica tremenda, allenarmi per risalire al livello dei miei compagni. Mi sono accorto che non riesco più a rigenerarmi come prima, e l’eventualità di un nuovo infortunio mi terrorizza. Dicono che sto buttando via un grande futuro. Può darsi. Ma dopo tutte le mie peripezie non sono più calcio-dipendente. Ci sono altre cose, nella vita. Avrò più tempo per mia moglie Marta, per i nostri due figli – più avanti sarebbe arrivato anche il terzo, nda –. I soldi? Stringeremo un po’ la cinghia”, affermava profetizzando un futuro da impiegato nella ditta di spedizioni del padre, a cifre ben lontane dai 250 milioni annui che percepiva al Bayern. “Se avrò nostalgia del pallone, giocherò per divertimento fra i dilettanti”, concluse.

Mathy diventò così il primo giocatore professionista ad ammalarsi di depressione, in un periodo in cui l’informazione in merito non era ancora tanta; al momento di dare l’addio alla squadra, i suoi compagni di squadra non si distinsero certo per solidarietà nei suoi confronti. Durante il giorno del suo congedo, Mathy trovò due scarpini appesi all’interno del suo armadietto e un bigliettino con su scritto: “traditore”. Il mite Reinhold, tuttavia, dopo tanti anni di distanza non biasima quel comportamento da parte dei compagni che speravano di poter continuare a contare sul suo talento ed erano rimasti delusi da lui. Ma quella era la cosiddetta “fase grigia” della sua vita, in cui le cose iniziavano ad andare decisamente meno bene.

Sorprendentemente, Mathy decise di continuare a giocare in Bundesliga, in una realtà meno opprimente rispetto a quella bavarese. Ad accoglierlo fu il Bayer Uerdingen, ambiziosa compagine della provincia renana. L’ex Bayern andò a formare un tridente di tutto rispetto con Stefan Kuntz e Marcel Witeczek e lontano dai riflettori dell’alta classifica e delle coppe europee trovò nei tre anni a venire una discreta continuità di impiego e diede il proprio contributo a tre salvezze consecutive del club.

A ventott’anni la Sardina era però già in fase calante e abbandonò la realtà di Uerdingen per provare una nuova avventura oltreconfine, in Svizzera. Le due annate nel modesto Wettingen non contribuiscono certo a scrivere delle pagine memorabili nella sua carriera, che si sarebbe chiusa dopo l’ennesimo infortunio nel 1992/93 in Zweite Bundesliga, con la maglia dell’Hannover 96.

Nonostante i propositi di mollare tutto maturati già nell’inverno del 1987, Mathy si aggrappò al pallone anche dopo la chiusura effettiva dell’attività. Allenò i dilettanti dell’FC Weismain, per poi reinventarsi giramondo trovando occupazione nientemeno che nello Swaziland e in Cambogia. Nel 2001 fu messo sotto contratto dalla federazione tunisina per fare dal vice al CT tedesco Eckhard Krautzun. Dopo aver raggiunto la qualificazione per Giappone-Corea 2002, Mathy si reinventò come consulente freelance di calciatori in un’agenzia di procuratori.

Nel 2009 ecco però sopraggiungere la sua “fase nera”: la depressione si rifece viva più forte che mai, sebbene i motivi non fossero necessariamente legati al mondo del pallone. L’ex attaccante meditò il suicidio, spinto in un vortice di tristezza da traumi mai superati, e fu costretto al ricovero per svariati mesi nella clinica di Memmingen.

Ricacciati i nefasti propositi grazie alle cure farmacologiche e a una sopraggiunta fede in Dio (ben presto si immerse quotidianamente nella preghiera supportato dalla comunità ecclesiastica di Paulus, nella cittadina bavarese di Mindelheim), Mathy riprese il proprio lavoro di consulente e tornò “sul campo” come allenatore della squadra giovanile dell’FC Mindelheim. Questa è quella che egli stesso ha definito la sua “fase gialla”, in cui il suo cruccio è stato l’acquisizione di oltre venticinque chili di peso a causa del farmaco.

Dopo aver trovato il coraggio di parlare in pubblico della sua vicenda nell’ottobre del 2011, si perdono le tracce di Mathy sino al primo maggio del 2012, data di un articolo del sito Bayerische-staatszeitung che racconta la sua storia. L’ex calciatore ha un suo profilo su Facebook, che però non viene aggiornato da allora e che lo ritrae, ad oggi, in una sua foto risalente ai tempi in cui giocava nel Bayern. Difficile capire come interpretare un silenzio digitale così lungo in un’epoca come la nostra, ma c’è da sperare che sia il classico caso in cui la locuzione no news is good news risulti quanto mai veritiera e che tale mutismo sia dovuto a una ritrovata serenità da parte dell’ex grande promessa del Bayern Monaco.

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