Stampa
Visite: 302

Quando si parla di sport per ciò che riguarda la regione del Trentino-Alto Adige, il pensiero corre immediatamente allo sci e alle piste innevate percorse dai grandi campioni – su tutti Gustav Thoeni e Isolde Koestner – che hanno saputo regalare ori e allori al nostro Paese; tuttavia, per quanto gli sport invernali in generale contribuiscano a definire il territorio come un costante serbatoio di medaglie in occasione di Mondiali e Olimpiadi, sarebbe riduttivo tentare di ricondurre solamente ad essi l’importante cultura sportiva del territorio.

Il Trentino-Alto Adige può infatti vantare una tradizione importante anche in sport come l’hockey su ghiaccio, la pallavolo – in cui spiccano gli eccellenti risultati ottenuti negli anni dalla Trentino Volley –, il basket (dove l’Aquila di Trento è ormai frequentatrice abituale della massima categoria) e il ciclismo, avendo dato i natali a esponenti del calibro di Francesco Moser, Maurizio Fondriest e Gilberto Simoni.

Anche il calcio, negli ultimi anni, sta regalando alla regione del nord Italia un esempio virtuoso; il FC Südtirol-Alto Adige rappresenta infatti un modello di gestione ottimale, avendo conosciuto solamente promozioni dal 1974 – quando la squadra, fresca di fondazione, disputò il suo primo campionato di terza categoria – a oggi. Mai una retrocessione né un fallimento societario per il club altoatesino, che frequenta stabilmente la terza serie dal 2009 e sfiorò addirittura la promozione in B nel 2014, quando venne sconfitta nella doppia finale playoff dalla Pro Vercelli.

Per quanto il FC Südtirol-Alto Adige rappresenti una dimostrazione di competenza sul come fare calcio, al momento il punto più alto del Trentino-Alto Adige nel mondo del calcio è stato toccato da altre due squadre, il Trento e il Bolzano; in entrambe i casi l’esperienza l’esperienza fu breve e fugace, arrivata per due volte in circostanze difficilmente ripetibili e non sportivamente meritorie nel caso dei primi e durata un solo campionato per quanto riguarda i secondi.

Il Trento arrivò infatti a partecipare all’edizione 1928/29 della Prima Divisione (l’ultima in cui questa denominazione avrebbe rappresentato il secondo livello del calcio italiano) per semplici motivi propagandistici voluti dal regime fascista, che ne decretò la promozione a tavolino nonostante l’anonimo nono posto in classifica dell’anno precedente. Dopo un tutt’altro che esaltante tredicesimo posto, la società decise di rinunciare a partecipare al campionato di Prima Divisione (divenuta però, nel mentre, alla stregua dell’attuale serie C) e si iscrisse a quello di Seconda Divisione dopo aver separato la sezione calcio da quella ginnastica.

Anche la seconda volta dei trentini non fu dettata da particolari acquisizioni sul campo, ma dalla particolare condizione venutasi a creare a seguito del secondo conflitto mondiale: la FIGC ammise i gialloblu nel girone B del campionato misto B-C Alta Italia. Il risultato fu anche stavolta deludente, con i trentini classificati al dodicesimo e ultimo posto, per quella che a tutt’oggi resta la loro ultima partecipazione in un campionato del secondo gradino del calcio nazionale.

Ben diversa la storia del Bolzano. Era il 1947 e l’Italia di allora cercava faticosamente di rimettersi in piedi dopo la devastazione seguita al secondo conflitto mondiale. I biancorossi avevano legittimato la loro partecipazione al campionato cadetto classificandosi al primo posto nel girone finale C della Lega Nord della Serie C.

Si potrebbe pensare che la ‘toccata e fuga’ vissuta dal Bolzano nel suo unico campionato di B sia riconducibile alla classica stagione sfortunata della matricola che, nonostante i propri sforzi, non riesce a tirarsi fuori dalle secche della bassa classifica andando incontro a un’inevitabile retrocessione. Niente di più sbagliato: la sola sfortuna del Bolzano fu quella di trovarsi in un momento storico in cui si era resa necessaria la riforma del campionato di B, che allora contava ben tre gironi di diciotto squadre ciascuno; poiché la FIGC intendeva riportare a 22 il numero di squadre partecipanti alla B, per evitare la retrocessione era necessario classificarsi almeno settimi nel proprio girone. Il Bolzano non arrivò oltre il dodicesimo posto, finendo così con l’essere inevitabilmente declassato.

Il Bolzano 1947/48, guidato dal veronese Renato Bottaccini, pagò di fatto un rendimento asfittico in trasferta, dove in diciassette gare totalizzò appena due vittorie, una contro la Pistoiese e l’altra, insignificante dal punto di vista dell’esito finale del campionato essendo arrivata all’ultima giornata, contro la Centese da tempo relegata nel fondo della classifica. Un vero peccato, perché la squadra biancorossa fu in grado di regalarsi più di una soddisfazione durante quell’annata: tra le mura amiche i bolzanini risultarono infatti imbattuti, togliendosi lo sfizio di battere il Padova futuro vincitore del campionato e la Spal terza in classifica.

La levatura tecnica del Bolzano 1947/48, ancorché si trattasse di una matricola, era quindi di tutto rispetto. A dimostrarlo è anche la presenza, in quella squadra, di diversi giocatori in grado di rivestire un ruolo significativo nella storia del calcio italiano.

A ripercorrere i nomi di quella rosa spicca su tutti quello di Sergio Cervato, che proprio da Bolzano spiccò il volo verso una carriera professionistica di altissimo profilo: il difensore nativo di Carmignano di Brenta collezionò infatti 449 presenze condite da ben 45 gol nella massima serie e poté fregiarsi della vittoria di tre scudetti con le maglie di Fiorentina e Juventus e di due coppe Italia sempre con la casacca bianconera. A ciò vanno aggiunte le 28 presenze con 4 reti nella nazionale maggiore e la finale di Coppa dei Campioni conquistata in maglia gigliata e persa al cospetto dell’imbattibile Real Madrid.

In quel Bolzano, tuttavia, non figurava solo una futura colonna della nazionale italiana, ma anche un altro giocatore che – pur senza mai scendere in campo – poteva già vantare un titolo di campione del mondo: il mediano Bruno Chizzo fu premiato dal CT Vittorio Pozzo con la convocazione ai mondiali del 1938 per l’ottimo rendimento messo in mostra con la maglia della Triestina. In realtà il centrocampista non avrebbe mai vestito l’azzurro su di un campo di calcio, ma risulta a tutti gli effetti vincitore della rassegna iridata per il solo fatto di essere rientrato tra i ventidue prescelti dallo stesso Pozzo.

Chizzo arrivò a Bolzano ormai trentunenne, un’età normalissima per un giocatore ai giorni nostri ma un’anticamera del finale di carriera per quei tempi (a maggior ragione in virtù dell’interruzione per cause belliche); pur non essendo un titolare fisso, verrà confermato anche nella stagione successiva in C, per poi passare a Empoli e infine chiudere con l’attività agonistica nella Sangiorgina, vicino alla sua Udine.

Un altro giocatore di quel Bolzano avrebbe assaggiato, qualche tempo dopo, il palcoscenico della Serie A e si tratta di uno dei due portieri alternati da mister Bottaccini. Gastone Lenzi, bolzanino purosangue, in quella stagione dovette condividere la titolarità della porta biancorossa con Vittorio Mornese, ma una volta ceduto allo Spezia si mise in luce al punto da venire scelto per far parte del secondo Torino post-Superga. Nonostante fosse chiuso dal primo portiere Buttarelli, Lenzi riuscì a ritagliarsi un proprio spazio mettendo a referto sette presenze con dodici reti subite, tra cui spiccano quelle incassate in occasione del malaugurato derby perso per 1-5 contro i concittadini della Juventus.

Rispedito a La Spezia per farsi ulteriormente le ossa, Lenzi subì un grave infortunio al gomito che ne pregiudicò la carriera costringendolo al ritiro. L’ormai ex portiere avrebbe poi intrapreso la carriera di allenatore, consumatasi perlopiù dalle parti di casa – fatta eccezione per una parentesi alla Pro Vasto – e le fonti tuttora presenti su Internet lo danno come ancora in vita (è del 1927) alla data di stesura di questo articolo.

Vi è inoltre un altro nome interessante nel roster del Bolzano 1947/48, non tanto per meriti acquisiti sul campo – né la sua carriera di giocatore né quella di allenatore conobbero picchi di particolare fama – ma perché rientra in uno di quei casi in cui se non si è in grado di fare la storia, allora si può finire con il lasciare spazio a chi è in grado di farla; Malavasi fu infatti il primo tecnico scelto da Costantino Rozzi per guidare l’Ascoli di cui era appena divenuto presidente.

Correva l’anno 1968 e, dopo che gli eventi presero una piega non positiva, Malavasi fu esonerato e lasciò il proprio posto a un giovanissimo Carlo Mazzone; il resto è storia, con il sor Magara che avrebbe portato i marchigiani dalla C alla A nell’arco di alcuni anni e si sarebbe, nel tempo, consacrato come uno dei migliori allenatori italiani di sempre.

Quella del Bolzano 1947/48 resta a tutt’oggi l’ultima e più significativa esperienza di una squadra del Trentino-Alto Adige nel calcio italiano; al pari della Valle D’Aosta (la cui rappresentante più significativa, l’Aosta 1911, arrivò al massimo sino alla Serie C), la regione del nord-est Italia è la sola a non aver mai disputato a tutt’oggi un campionato di Serie B a girone unico.