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Settimana di esordi, questa. Anche se il mio sul web non farà certo lo stesso rumore di quello – scoppiettante – di Antonio Conte sulla panchina della nazionale. Una rondine non fa primavera, tanto meno a settembre, pertanto la vittoria contro l’Olanda va pesata nella giusta maniera: una grande prestazione con un avversario di indiscusso prestigio, probabilmente la prassi nell’Italia della tradizione ma – escludendo Euro 2012 – praticamente un’eccezione nell’ultimo lustro.

Alcuni segnali: l’Italia non snobba più le amichevoli. Partita archiviata dopo dieci minuti, la voglia di dimostrare è tanta. E vincere contro gli Orange fa sicuramente più morale di un pareggio contro Haiti. Secondo: non ci si appella più al classico adagio che recita: “ma gli altri erano più avanti nella preparazione”. Nel caso dell’Italia si parla di professionisti terminano la propria attività alla fine di maggio e riprendono ad allenarsi a metà luglio, poi se proprio vogliamo citare coloro che hanno disputato i mondiali possiamo far slittare il discorso di tre settimane circa, ma la sostanza non cambia; la verità è che le motivazioni vanno ben oltre i limiti fisici e tecnici, e se non ci sono le prime i secondi finiscono con il diventare un alibi.

 Queste constatazioni, probabilmente destinate a divenire questioni di lana caprina in caso di malaugurata debacle già martedì contro la Norvegia, lasciano spazio ad alcuni interrogativi. Il primo è di natura tattica: De Rossi ormai si è abituato a fare il regista e così facendo si pesta i piedi con Pirlo (un dualismo questo che ha radici lontane) e toglie spazio a Verratti, l’unico vero astro nascente del nostro calcio insieme al compagno di fortune pescaresi Immobile. Ora va tutto bene, ma quando lo juventino si riprenderà e se il piccolo playmaker del PSG continuerà a dimostrarsi imprescindibile in uno dei club di maggior richiamo a livello europeo, Conte avrà una bella matassa da sbrogliare, visto che – rispetto alle sciagurate intuizioni prandelliane in cui si voleva improvvisare un improbabile tiqui-taca fatto di piedi buoni e poca corsa – l’ex mister juventino ha dimostrato di voler agire come tradizione comanda, vale a dire affiancando due giocatori di corsa a uno di raziocinio.

Altro punto di domanda: per il momento ci si sta rivolgendo ai reduci del mondiale, più qualche new entry da valutare o qualche prevedibile ripescaggio. Ma presto o tardi il ciclo andrà rinnovato e i ricambi dove sono? Di certo non aiuta l’atteggiamento dei top-club italiani, che spediscono i propri giovani all’estero: l’ex interista Donati non sarebbe forse mai potuto diventare un mazzarriano, ma alzi la mano chi pensi che oggi Caldirola non potrebbe far comodo in una difesa dagli uomini contati come quella nerazzurra. Per tacere di Santon, che dopo diverse buone stagioni in Premier merita come minimo un’altra chance. Ma non è solo l’Inter a mostrarsi una squadra scarsamente nazionalista: il Milan si “zavorra” di Essien a gennaio per poi scoprire in estate che ha un ingaggio troppo alto e nessun mercato appetibile, così per far quadrare i conti è costretto a vendere Cristante che meritava sicuramente un maggior minutaggio dopo le buone cose fatte vedere nella scorsa stagione. O la Juve, che fa il diavolo a quattro per ottenere Morata a condizioni al limite del capestro mentre ha (o aveva) in casa Zaza, Immobile, Berardi e Gabbiadini: magari il campo dimostrerà che lo spagnolo è un crack di livello mondiale, ma se così fosse i bianconeri potrebbero goderselo finché il Real non decide di riportarlo a casa; una mossa azzardata, considerato che valorizzare i prodotti altrui non è mai stato nella politica della Vecchia Signora. Non si distingue per contributo neanche il Napoli, ormai completamente straniero a partire dall’allenatore. L’unico convocabile è Jorginho, sì di origini italiane ma pur sempre oriundo brasiliano. Insigne? C’è da credere che per meritare la nazionale dovrà fare meglio di Mertens e Callejon, impresa non semplicissima. La meno peggio del lotto è la Roma, che regala finalmente un profilo internazionale ad Astori – per quanto a un tifoso del Cagliari come me costi ammetterlo – e propone un minutaggio discreto a giovani come Destro e Florenzi. Ma quanti stranieri anche in questo caso, da Iturbe a Cole passando per Pjanic e Manolas…

E le altre? La falsariga è più o meno quella, ci si affida più ai marpioni navigati – magari stranieri – che non ai giovani italiani, ed è tanto vero che il pesce puzza dalla testa quanto che se una struttura non sta in piedi la colpa sta nelle fondamenta mal concepite: vogliamo scommettere che se avessimo un calcio in cui conviene comprare un ragazzo dalla Lega Pro (difficile, visto che i procuratori fanno a gara per accaparrarsi il primo sbarbatello con una parvenza di talento pur di  tirar su una commissione) invece che dall’Africa o dal Sudamerica, probabilmente nella prossima edizione dei Mondiali non verremmo eliminati al primo turno?