
Basta una passeggiata, o un po’ di footing. Se ci dedichiamo a guardare ciò che ci circonda – non limitandoci semplicemente a vederlo – ci possiamo accorgere che ci sono tante cose, piccole o grandi, che possono essere migliorate semplicemente con un po’ di inventiva. Ricordate lo spot di una nota compagnia telefonica in onda fino a non molto tempo fa in cui dei volontari si dedicavano al giardinaggio sociale, trasformando delle aree in cui il grigio era il colore predominante, in delle piccole oasi verdi all’interno dei centri urbani? Ecco, il principio di cui intendo parlare in questo articolo è lo stesso.
In una di queste sortite, a catturare la mia attenzione sono state le cabine telefoniche. Cadute ormai in disuso con la diffusione capillare dei cellulari, sono diventate obsolete e spesso anche fatiscenti, prese di mira dai vandali o da chi, trovando evidentemente difficoltà nel distinguere un telefono pubblico da un WC, li usa alla stregua di un vespasiano. Lungi dall’offrire al cittadino un servizio al livello dei decenni scorsi, sono comunque destinate a rimanere al loro posto sino a che la Telecom non deciderà di rimuoverle. In verità, si parla (sia pure in sola via sperimentale) anche di una loro sostituzione con delle “cabine intelligenti” in grado, oltre che di far fare delle telefonate, anche di consentire la connessione a Internet e la ricarica per scooter o biciclette elettriche. Quest’ultima funzione sarebbe importante – per quanto i possessori di questi mezzi di trasporto non rappresentino certo una maggioranza – , ma chi avrebbe interesse a navigare su Internet nel momento in cui un qualsiasi smartphone di fascia medio-bassa è in grado di soddisfare le stesse esigenze restando a portata di taschino?
Inutile girarci intorno: queste cabine telefoniche rappresentano oramai un costo per la Telecom. Pertanto, l’equazione non è complessa: i soldi della Telecom sono i NOSTRI, qualunque sia il gestore a cui ci affidiamo; la principale compagnia nazionale affitta le proprie strutture a tutte le altre, da Tele2 a Tiscali passando per Vodafone. In definitiva, siamo noi a pagare per questo smaltimento (o rinnovamento), senza essere interpellati in merito.*

C’è un modo per trasformare questa fonte di spreco in una forma di guadagno collettivo? Probabilmente sì, si tratta solamente di aguzzare l’ingegno. A me personalmente è venuta in mente questa possibilità: la Telecom, pur di liberarsi di un peso, può “regalare” le cabine telefoniche ai comuni in cui esse sono situate. Questi, a loro volta, possono indire dei concorsi in cui gli appassionati di street art e/o di riciclo creativo possano sbizzarrirsi trasformando un vero e proprio ingombro in una creazione gradevole agli occhi del cittadino. Non solo: poiché da qualche anno a questa parte ha preso piega la pratica del book-crossing, si renderebbero reperibili a costo zero delle comode aree di scambio per libri usati (magari riciclando anche qualche scaffale dimesso piuttosto che destinarlo ai rifiuti ingombranti).
Riconosco che la visione da me descritta sia oltremodo semplicistica e non tenga minimamente conto di tutta la realtà burocratica che starebbe dietro un processo di questo tipo (una semplice donazione dal privato al pubblico prevede comunque un iter ben preciso e, c'è da credere, non brevissimo); trovo però che il futuro possa passare anche attraverso quelle che sembrano utopie, che diventano superabili ragionando in termini di beneficio per la collettività: se un’idea è a fin di bene non è mai sbagliata a priori. Migliorabile, senz’altro, ma non sbagliata.
*Precisazione a margine, su consiglio di un amico che mi ha contattato privatamente: pur essendo un'azienda privata dall'ormai lontano 1997, la Telecom gode comunque di finanziamenti pubblici e - come detto - con qualsiasi compagnia noi siamo abbonati, il canone di rete fissa serve a pagare, tra le altre cose, la linea a cui il vostro gestore si appoggia. In pratica, non paghiamo le tasse alla Telecom, ma è quasi inevitabile che i nostri soldi finiscano comunque nelle loro casse.










